Diego Corrado
Avenida Brasil
22 Agosto Ago 2014 1344 22 agosto 2014

Chi è Marina Silva, la "candidata per caso" delle elezioni presidenziali brasiliane

Il Partido Socialista Brasileiro, PSB, ha finalmente ufficializzato ciò che era scontato sin dagli attimi successivi alla tragedia di Santos, cioè che al posto di Eduardo Campos, il leader del partito scomparso con altri sei compagni di viaggio nell'incidente aereo del 13 agosto, suo candidato alla presidenza sarà l'indipendente Marina Silva, che nel ticket con Campos era candidata alla vicepresidenza. Già esponente di spicco del movimento ecologista brasiliano e mondiale, la conterranea ed erede di Chico Mendes è stata una storica militante del Partido dos Trabalhadores con cui a soli 36 anni (la più giovane di sempre) fu eletta senatrice. Ministra dell'Ambiente con Lula, poi nel 2010 candidata alla presidenza per il Partito Verde, quando ottenne un inaspettato 20% al primo turno, ha poi creato un suo partito, la Rede Sustentabilidade, proprio per correre alle presidenziali del prossimo 5 ottobre. Aveva ripiegato sul ticket con Campos quando il Supremo Tribunale Elettorale aveva respinto la domanda di omologazione della Rede per irregolarità nella raccolta di firme.

La sua candidatura è dunque figlia del fato, o della "divina provvidenza", come ha affermato lei, fervente evangelica. Ma chi è Marina Silva, che promette di dare filo da torcere alla pupilla di Lula Dilma Rousseff, e nei sondaggi ha già scalzato lo sfidante Aécio Neves, candidato del Partido da Social Democracia Brasileira, quale principale antagonista della presidente uscente? Per rispondere pubblichiamo due estratti da Brasile Senza Maschere - Politica, economia e società fuori dai luoghi comuni, Università Bocconi Editore, 2013 (qui la pagina del libro su Amazon).

(nella foto, Marina Silva attorniata dall'esecutivo del PSB al termine dell'incontro con cui il partito ha ufficializzato la sua candidatura alla presidenza della Repubblica Federale del Brasile)

(...) I soliti bene informati riferiscono che la sera del 3 ottobre 2010 il clima della riunione convocata al Palacio da Alvorada, residenza ufficiale di Lula, per esaminare i risultati del primo turno delle presidenziali brasiliane fosse molto cupo. Nonostante Dilma Rousseff, pupilla del presidente uscente, avesse conseguito il 46 per cento dei voti, superando ampiamente il 32 per cento dello sfidante José Serra (già sconfitto da Lula nel 2002, poi governatore dello stato e sindaco della città di San Paolo), bruciava ai presenti aver mancato il colpo del ko, ed essere costretti a un secondo turno pieno di incognite, che apparivano materializzarsi nel quasi 20 per cento raccolto dall’outsider Marina Silva. Ex ministro dell’Ambiente di Lula, uscita dal suo Partido dos Trabalhadores l’anno prima e candidatasi in polemica con i mille compromessi cui la gestione quotidiana del potere costringeva il partito del presidente, Marina è una figura carismatica il cui prestigio travalica ormai i confini nazionali e della quale torneremo a parlare.

(...) Lo sviluppo dell’Amazzonia brasiliana non è solo deforestazione e sfruttamento senza scrupoli di risorse naturali e manodopera. In principio fu Chico Mendes, leader sindacale dei seringueiros, i raccoglitori di gomma naturale, ucciso nel 1988 per mano di emissari dei latifondisti contro cui si era battuto tutta la vita. Lo sdegno suscitato dal suo assassinio proiettò le lotte di cui era stato protagonista alla ribalta internazionale, e la sua eredità è stata raccolta negli ultimi venti anni da una nuova generazione di politici e leader ambientalisti. La più nota tra loro è forse Marina Silva, la cui stessa biografia è il simbolo delle difficoltà di una zona così importante per gli equilibri ambientali dell’intero pianeta, eppure a tratti ostile verso i suoi stessi figli. Eletta senatrice del PT nel 1994 a soli 36 anni, la più giovane della storia del Brasile, ministra dell’Ambiente nel primo mandato Lula, dal quale tuttavia uscì nel 2008 in polemica con la politica desenvolvimentista del governo, candidata del Partito Verde alle presidenziali del 2010, quando si fermò al primo turno, conseguendo però il 20 per cento dei suffragi che fecero tremare l’establishment, Marina è una tipica figlia della selva. Nata in una famiglia di seringueiros, visse sino all’adolescenza in una palafitta sul fiume nel folto della foresta. Analfabeta sino all’età di 16 anni, quando si trasferì a Rio Branco, la capitale dell’Acre, per entrare in convento, si dedicò invece agli studi e all’attività sindacale, al fianco di Chico Mendes. Dopo la sua morte divenne in breve tempo la paladina dei diritti degli abitanti della foresta e dello sviluppo sostenibile, e fu in difesa di questa impostazione che entrò in attrito con altri ministri del governo Lula, che giunsero ad accusarla di ostruzionismo nei confronti di progetti infrastrutturali di grande portata, per il rigore adottato nel valutarne l’impatto ambientale.

Integrità personale, carisma e carica visionaria ne hanno fatto un’icona dell’ambientalismo mondiale, da ultimo riconosciuta nella cerimonia di apertura dei Giochi di Londra, quando il Comitato Olimpico Internazionale l’ha scelta come portabandiera del vessillo a cinque cerchi, unitamente al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, al direttore d’orchestra Daniel Barenboim e a vari premi Nobel, una scelta tenuta segreta fino all’ultimo, che ha sorpreso e messo in imbarazzo la stessa Dilma, presente all’evento e tuttavia in un certo senso oscurata dal rilievo dato alla rivale Marina.

La sua filosofia, che è propria di una nuova generazione di politici delle regioni amazzoniche, può essere sintetizzata in una dichiarazione del 2007, quando quasi quotidianamente si scontrava con gli altri ministri del governo Lula: «La contrapposizione tra protezione dell’ambiente e sviluppo per me è un falso dilemma – dichiarò –, non si può sostenere lo sviluppo senza promuovere la conservazione dell’ambiente. Le due questioni sono parte della stessa equazione». (...)

La sua campagna tuttavia non sarà una passeggiata: il suo conservatorismo sui temi etici (un portato della sua fede evangelica), il correre in un partito non suo (e che quale vice presidente "organico" gli ha subito affiancato Beto Albuquerque, esponente della "bancada ruralista" che vede Marina come il fumo negli occhi), che come benvenuto gli ha servito la polemica uscita di Carlos Siqueira dal ruolo di coordinatore della campagna per contrasti personali con la leader ecologista segnalano che ripetere e magari migliorare l'exploit di 4 anni fa sarà impresa tutt'altro che scontata.

Potrebbe avere ragione Aécio Neves, lo sfidante scalzato dal secondo posto nei sondaggi svolti sull'onda emotiva della tragedia che è costata la vita a Campos, che invita i suoi a mantenere la calma di fronte ai primi test su un elettorato ancora frastornato dal cambio di scenario.

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