E ora qualcosa di completamente diverso
29 Agosto Ago 2014 1629 29 agosto 2014

Ice Bucket Challenge per la ricerca pubblica

Per fortuna, non è una novità che la disponibilità a donare delle persone sia generalmente elevata. Molte buone cause sono finanziate primariamente con i contributi volontari dei cittadini. E questo è un bene: le persone, infatti, quando s’impegnano per il sociale creano le condizioni per migliorare la società. Gli inglesi parlano di warm glow effect, concetto attribuito in ambito economico agli studi di Andreoni (1989). Di fronte all’egoismo economico, le donazioni servono alle persone a dimostrare a loro e agli altri che si può essere altruisti “imperfetti”, ovvero altruisti verso cause lontano da noi, che non ci toccano, creando così un velo di caldi e impersonali legami sociali.

L’altruismo imperfetto, però, non può sostituirsi ai doveri e alle possibilità dello Stato: è lì la chiave per risolvere i problemi legati alla penuria di fondi, non dimentichiamocelo mai!

L’IceBucketChallenge è una forma molto moderna di donazione. Come tale, cioè come strumento per donare, è encomiabile. Sfruttare l’inclinazione e i vizi dei social network, la sfida dei secchi d’acqua ha divertito e calamitato l’attenzione verso la SLA.

Come ha riportato Fabio Chiusi su Wired, i risultati sono stati straordinarie: la raccolta di fondi è cresciuta esponenzialmente, per la felicità dell’associazione promotrice e dei malati di SLA.

Certo non sono mancate le polemiche. Molte sono riassunte nell’acidissimo editoriale del direttore di Vanity Fair, che se la prende con i giornalisti che hanno solo la forza di criticare per il gusto di criticare. Al di là dei toni accesi dell’editoriale, non certo condivisibili, il tema sollevato è cruciale: se si deve criticare qualcosa, lo si deve fare con stile, portando argomenti validi e non attraverso uno sterile chiacchiericcio.

Purtroppo molte delle polemiche si sono concentrate sull’elemento più semplice, cioè sull’opportunità di molti personaggi famosi di farsi pubblicità per sostenere una buona causa. In fondo le critiche alla Littizzetto, esempio paradigmatico in Italia, facevano riferimento a questo: sei ricca, quindi invece di buttarti dell’acqua fredda in testa, usa il tuo denaro per aiutare chi ne ha bisogno.

Ben altre, secondo me, avrebbero dovuto essere gli elementi di discussioni!

Grazie alla IceBucketChallenge si è aperto uno squarcio di luce sulla SLA (molti i contatti verso le associazioni che la combattano sia dalla penuria di fondi che dall’ignoranza). Ma la SLA è solo une delle molte malattie mortali su cui latita la ricerca. Per quanto me lo auguri, non credo che questa raccolta fondi risolverà definitivamente il problema della malattia.

Sarò ripetibile ogni anno la IceBucketChallenge? Non credo: come molti hanno sottolineato, questa è una moda benefica, ma sempre di moda si tratta. Completato il ciclo di personaggi famosi, tutto tornerà come prima (quasi tutto: i fondi raccolti saranno spesi e la condizioni di alcuni malati migliorerà!).

Questo è un primo limite importante da sottolineare: bella l’iniziativa, ma è difficilmente replicabile per forza e intensità.

Per di più, è un’iniziativa che non favorisce tutto il sistema delle buone cause: il primo che ha avuto l’idea vince; le altre buone cause restano a guardare. Se domani si facesse una IceBucketChallenge per la cura del cancro ai polmoni, per esempio, avrebbe meno successo per i motivi della non replicabilità che ho presentato prima.

Si potrebbe obiettare che molte associazioni hanno appuntamenti annuali per la raccolta fondi nei quali ottengono risultati notevoli; ma questi risultati non sono nemmeno paragonabili a quelli raggiunti dalla IceBucketChallenge di quest’anno.

C’è poco da fare, il coinvolgimento di così tanti testimonial fa la differenza. E le motivazioni di questi testimonial, come molti hanno giustamente rilevato, contano fino a un certo punto davanti alla valanga di soldi raccolti per una giusta causa.

Tuttavia, su questo tema si può portare avanti un’altra critica, ben più importante, una critica che secondo me va al cuore del problema.

Scorrendo la lista dei partecipanti più noti, si trovano nomi di personaggi che hanno fatto davvero molto poco per la ricerca pubblica. O perché governano imprese che hanno fatto dell’elusione fiscale una pratica aziendale necessaria al loro monopolio (es.: Jeff Besoz di Amazon, Tim Cock di Apple, Bill Gates di Microsoft o il giovane Zuckemberg di Facebook) o perché hanno governato Paesi imponendo severe limitazioni alla Ricerca (ci ricordiamo le battaglie di stampo cristiano di George Bush jr contro la ricerca che usava gli embrioni, uno dei campi di frontiera nella lotta alla SLA?) o perché hanno fatto tagli alla ricerca: in America negli ultimi hanno i tagli alla ricerca in campo medico sono stati pari al 22%, e negli ultimi 4 anni pari a 1.5 miliardi di dollari. Racconti 40-50 milioni; persi 1500. Fate voi i conti…

E che dire dell’Italia? Il Presidente del Consiglio Renzi e mezzo governo si sono diverti con l’acqua fredda. Sarebbe il caso di ricordargli le loro funzioni: rimpolpare i fondi per la ricerca sarebbe molto ma molto più utile. E non servono grandi numeri per ricordarsi lo stato di penuria in cui versa il sistema ricerca in Italia.

E non è secondario questo tema: in campo entra il tema della responsabilità. Molti di quelli che ci fanno divertire con le loro secchiate sono la causa della penuria dei fondi di ricerca pubblici: o perché non vi contribuiscono o perché li spendono per fini meno nobili!

I fondi pubblici, è il caso di ribadirlo, sono la soluzione migliore per quanto riguarda la lotta alle malattie: le procedure pubbliche dovrebbero garantire i fondi alla ricerca su tutti i campi e ai progetti migliori, non a quelli legati a una certa associazione.

Ma questa logica sembra scomparire, presi come siamo nel vedere i filmati su YouTube per schierarci a favore o contro la IceBucketChallenge.

Lo ripeto, casomai non fosse ancora chiaro. Ben vengano le donazioni e ogni strategia per sostenerle e favorirle: grazie a loro ci fanno sentire parte di un mondo meno meschino.

Guai a distrarsi però: con le secchiate d’acqua non si fa ricerca estensiva, quello è compito dello Stato che può garantire la necessaria continuità al lavoro degli scienziati (la ricerca, si sa, è un bene pubblico per definizione).

Per cui la prossima volta che vedrete una Star buttarsi un secchio in testa per beneficenza, prima di sorridere, chiedetegli se ha anche "donato" le tasse. Quella è ancora la migliore garanzia di cura per tutti.

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