Fabio Brinchi Giusti
Parlare con i limoni
2 Settembre Set 2014 1039 02 settembre 2014

Cattolici al Gay Pride

In una chiesa dell’Argentario si sta celebrando un funerale. Ad un tratto, la voce del celebrante rimbomba: “Preghiamo anche per Emanuele, il compagno di Francesco.” Francesco ed Emanuele convivevano dal 1994, poi Francesco è stato portato via da un infarto. E durante il funerale arriva il riconoscimento del loro amore. Un passo non scontato per la Chiesa Cattolica: al funerale di Lucio Dalla, ad esempio, Marco Alemanno era soltanto un “collaboratore”. Don Sandro, il parroco che ha osato pronunciare la parola proibita “compagno”, ha spiegato ai giornalisti: “Credo che a prescindere dalle categorie, i legami affettivi vadano riconosciuti”.


Francescani partecipano al Pride di Boston. Nello striscione si legge la frase di Papa Francesco: "Chi sono io per giudicare un gay?"

C’è un fermento alla base della Chiesa che inquieta e interroga le coscienze: si può essere gay e cattolici al tempo stesso? Gli scout di tutta Italia riuniti a San Rossore non hanno dubbi: “Dove c’è amore non può esserci peccato” hanno scritto in un documento che ha fatto scalpore. I ragazzi hanno chiesto all’Agesci di concedere la possibilità di vivere nella comunità con uguaglianza e dignità anche alle coppie di persone dello stesso sesso. Non sono mancate verso i giovani scuot le reprimende dei conservatori ma il sasso è stato lanciato, il segnale inviato.

C’è un fermento silenzioso che da tempo inquieta molte coscienze soprattutto all’estero, in quei Paesi dove la Chiesa deve confrontarsi con matrimoni, adozioni e società molto più aperte di quella italiana. E all’estero la risposta di molte parrocchie e persino vescovi ricalca quella degli scout di San Rossore: se c’è amore, non c’è peccato. E così le parrocchie istituiscono gruppi di preghiera o di pastorale per gay e lesbiche, si permette loro di partecipazione alle attività della chiesa, si organizzano veglie contro l’omofobia; la chiesa di San Pietro Apostolo, alla quale sono affidate le anime del quartiere gay di Toronto, è diventata un modello per molti. In certi casi si arriva persino a benedire coppie dello stesso sesso e a Boston alcuni frati hanno sfilato al Pride tenendo fra le mani un grosso striscione con la famosa frase di Papa Francesco: “Chi sono io per giudicare?”.

In Italia queste esperienze sono al momento marginali, spesso affidate a parroci di frontiera o delegate alle altre chiese cristiane. Dal 2007 è attivo sul Web il Progetto Gionata che si presenta come un: “un progetto di volontariato culturale volto a far conoscere il cammino che i credenti omosessuali fanno ogni giorno nelle loro comunità e nelle varie Chiese, in modo che queste esperienze possano aiutare la società e le Chiese ad aprirsi alla comprensione e all’accoglienza delle persone omosessuali.” Il sito raccoglie testimonianze dall’Italia e dal mondo, racconta le vite dei gruppi e dei gruppi di credenti omosessuali, c’è un sacerdote che risponde alle mail di dubbi e perplessità.

Un fermento quasi impercettibile in una Chiesa che spesso finge di ignorare il problema e a volte accanto a questi esempi di apertura deve registrare altrettanti fenomeni di profonda chiusura. Di fronte a questi episodi, i conservatori stigmatizzano richiamando le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica che descrivono ogni atto omosessuale come un fenomeno “intrinsecamente disordinato”; non esistono compromessi, un gay cattolico non ha alternative alla castità. I progressisti ribattono citando lo stesso Catechismo quando invita ad avere “rispetto, comprensione e delicatezza” e ad “evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione” per le persone omosessuali. I conservatori oppongono allora i divieti biblici del Levitico e di San Paolo, i progressisti invitano a non prendere le Scritture alla lettera e ricordano quanti altri divieti e indicazioni del Levitico e di San Paolo (ad esempio Paolo si esprime contro il celibato ecclesiastico) siano stati ormai superati dalla dottrina stessa.

In tutto questo non va dimenticata la svolta impressa da Papa Francesco il 29 luglio del 2013. Sull’aereo che lo riportava a Roma dopo la GMG brasiliana, Bergoglio ha dichiarato: “Se una persona è gay e cerca il Signore con buona volontà, chi sono io per giudicarlo? Queste persone non devono essere discriminate ma accolte.” E’ stato fatto notare, nel tentativo di annacquare la portata di quelle parole, che in fondo ha ripetuto la prima parte del Catechismo. Vero. Ma nessun predecessore lo aveva fatto senza aggiungere la consueta condanna. Invece Francesco non solo non condanna, ma fa un passo avanti: non giudica. Non siamo certo al “se c’è amore, non c’è peccato” ma nei tempi della Chiesa è stato un notevole passo in avanti. Una benedizione implicita a quei gay cattolici che, in tutto il mondo, si impegnano per far crescere questa inquietudine che attraversa la Chiesa. “Siamo come la cananea del Vangelo” –ha scritto un credente omosessuale– “che chiede aiuto a Gesù e inizialmente viene respinta. Ma la fede della donna è più forte dei rifiuti, la donna insiste, insiste e alla fine la sua perseveranza viene premiata: Gesù commosso, ascolta ed esaudisce la sua preghiera.” (Twitter: @fabio_990)

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