Young & Furious
12 Settembre Set 2014 0848 12 settembre 2014

Governo: il patto per la scuola

«Abbiamo un anno di tempo per rivoluzionare la scuola. Non è la solita riforma: così costruiremo i prossimi vent'anni».
Il premier parla in video, annuncia il nuovo progetto del Governo sull’istruzione. Dodici punti, un documento di 136 pagine e una campagna d’ascolto, aperta a tutti. Nel testo troviamo frasi d’effetto, numeri e conti, tante proposte. Non ci saranno più precari e verrà premiato il merito, nella nuova “buona scuola”, più musica, arte e sport, più autonomia, più finanziamenti, più lavoro. E chi vorrà, nei prossimi due mesi, potrà contribuire. Al di là degli slogan e dei buoni propositi emergono, tuttavia, perplessità e critiche per quanto riguarda coperture ed effetti sugli stipendi.

La storia della nostra scuola è un po’ la storia d’Italia. Quasi ogni governo, anche se – a detta di Renzi – considerava l’istruzione «l’ultima ruota del carro», è intervenuto e ha cambiato qualcosa. Nel secolo e mezzo di unità abbiamo avuto più di venti riforme. Da quelle di fine Ottocento, alla celebre neohegeliana “Riforma Gentile” – Indro Montanelli la definì “l’unica grande riforma italiana del Novecento” – del 1923; da quelle che istituirono scuola media unica, scuola materna, cambiarono la maturità e l’accesso alle facoltà universitarie, negli anni sessanta, ai cosiddetti “decreti delegati” di quarant’anni fa; dalle varie “sperimentazioni” alle più recenti riforme dei ministri Berlinguer, Moratti, Gelmini.  

Matteo Renzi, sposato con un’insegnate – in aspettativa da marzo – di liceo, parla di scuola dai tempi delle Primarie. Inizialmente il provvedimento doveva essere nel Consiglio dei Ministri del 29 agosto; insieme alla  Giustizia e allo “Sblocca Italia”. Ma, dopo l’incontro con Giorgio Napolitano, è stato rimandato a mercoledì 3 settembre. Il videomessaggio del Presidente del Consiglio dura tre minuti e mezzo. Non ha la giacca, la camicia è bianca, come sempre, la cravatta sul blu. È pubblicato sul sito dei “Mille Giorni” (http://passodopopasso.italia.it/); andando giù, sulla pagina c’è il PDF, scaricabile. Il testo della “non-riforma” è diviso in sei capitoli. Ha un font piacevole che tende al corsivo delle elementari, titoletti color pastello  e disegnini sparsi qua e là, ma anche serie tabelle, seri grafici e cifre.

Le prime pagine sono dedicate ad una decisione che vuole essere epocale. Addio al precariato: 148.100 nuove assunzioni. Di queste 7.500 verranno dal concorso di due anni fa; tutto il resto dalle GAE, le graduatorie ad esaurimento costituite nel 2006. Queste caotiche liste rappresentano – o rappresentavano – il lungo cammino dei docenti precari, punto per punto, fino all’entrata in ruolo. L’età media delle GAE è di 41 anni, dieci in meno rispetto al personale di ruolo - la maggioranza dei docenti italiani di anni ne ha 59 -. Le lunghissime e “sudate” griglie regionali saranno quindi censite, ripulite e svuotate, fino a diventare acqua passata. Dal 2016 si arriverà alla cattedra solo per concorso. Dunque si prospetterebbe un futuro senza più anni e anni di supplenze, lunghe e brevi, da scuola a scuola, da città a città; senza più corsi e corsi di formazione. Ma per questa gravosa questione si parlava, già  dalla piena estate, di sanzioni europee. La decisione della Corte di Giustizia UE, che ha accolto il ricorso, avrebbe multato lo Stato fino a 4 miliardi. 

Segue, ma non per importanza, l’idea di una grande novità, sul guadagno di chi insegna: gli stipendi aumenteranno per merito, non più per anzianità. È una questione, questa, in discussione già da anni. Non si è però mai giunti ad un vero risultato per un piccolo grande problema: Chi stabilisce il merito? Gli alunni? I genitori? I presidi? Altre istituzioni ministeriali? E in base a cosa? Il Governo articola una soluzione. Allo stipendio base andranno ad aggiungersi degli “scatti di competenza”: 60 euro netti al mese, ogni tre anni. Gli scatti dipenderanno da un certo numero di crediti (didattici, formativi e professionali) accumulati. Conteranno dunque il miglioramento delle classi – la cosa probabilmente più difficile da valutare – e attività, progetti, formazione e pubblicazioni. Il bonus non sarà per tutti, spetterà solo al 66% . I grandi coordinatori della valutazione saranno gli insegnanti stessi. Spunta una nuova figura: il “Docente Mentor”. Uno o pochissimi docenti (il 10%) avranno questa carica. È eleggibile chi già per tre trienni consecutivi sarà stato “premiato”, prima ci si baserà su dati progressivi. Un professore dovrà dunque aiutare il preside nel decidere chi tra i colleghi dovrà essere pagato più degli altri. Le stime del documento prevedono fino a 720 euro in più in busta paga, in caso si ottenga sempre lo scatto. Altri conti (dal sito http://www.orizzontescuola.it/), scettici sulla possibilità che si riceva sempre l’aumento triennale, parlano di un taglio di 26 euro al mese, per docente.

C’è tanto nella nuova scuola. Oltre all’autonomia, al maggiore spazio a musica, attività sportive e storia dell’arte – dalle elementari –, 200 ore obbligatorie nel mondo del lavoro.  Vengono annunciati poi incentivi fiscali ai finanziamenti privati e maggiori aiuti pubblici, nazionali ed europei.

Sui costi manca ancora la parola definitiva del Ministero dell’Economia e della Ragioneria dello Stato, quindi del commissario alla spending review. Le cifra per le assunzioni è di tre miliardi, di cui uno nell’ultimo trimestre di quest’anno.

Dal 15 settembre partirà la campagna d’ascolto. Tutti i “gentilissimi” – così l’intestazione della mail – che ne sentiranno il desiderio potranno inviare proposte, suggerimenti, critiche. È il momento di chi ha pensato, anche solo una volta, di cambiare la scuola. Sui social network  vanno avanti discussioni tra gli insegnanti, e non solo. C’è un certo dibattito. Di scuola si ricomincia a parlare.

Le proposte del governo sono, comunque, molto a lungo termine. Tra l’esaurimento della GAE e il nuovo concorsone siamo al 2019. Il Docente Mentor sarà nel pieno delle sue funzioni solo tra nove anni. Per le riforme, soprattutto per quelle della scuola, e anche per questa che non è stata definita tale, occorre lungimiranza. Dopotutto solo quest’estate vedremo, con gli Esami di Stato, gli effetti della Riforma Gelmini. “La buona scuola”, se così sarà, inizierà tra un decennio, quasi un ciclo scolastico completo.

Mauro Milano

Twitter: @MauroMilano95

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