Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
16 Settembre Set 2014 2029 16 settembre 2014

Se Hitler fa ancora male


A.H. regia di Antonio Latella

Mi resta difficile scrivere di A.H. il bellissimo spettacolo intessuto dal regista Antonio Latella per l’eccellente attore e performer Francesco Manetti. Difficile per due motivi. Il primo è che ho avuto il privilegio di assistere a una prova e non allo spettacolo vero e proprio (andato poi in scena al Festival Short Theatre di Roma).

Dunque, ero solo in una piccola sala del centro: l’attore ed io.

Il secondo motivo è che A.H. è un lavoro complessissimo, articolato, strutturato su piani diversi che si intersecano dando vita a una riflessione filosofica, umana, esistenziale. A.H. sono le iniziali di Adolf Hitler, cui è dedicato questo capitolo di un viaggio attraverso la “menzogna” che Latella ha declinato in diversi spettacoli (di alcuni, come Le Benevole e Il servitore di due padroni abbiamo dato conto su queste pagine). Hitler diventa il paradigma incarnato dell’oggetto della ricerca, ossia la menzogna stessa, l’apice assoluto della pratica del falsoDunque, durante quella prova, mi sono trovato solo di fronte a una massa di parole, gesti, intuizioni, digressioni, azioni, danze, che mi hanno – letteralmente – travolto.

E in questo corpo a corpo, in questo uno contro uno, che è stata la mia fruizione, intima e personalissima dello spettacolo, ho letteralmente subito un attacco alle mie certezze, ai miei pensieri. Ma, al di là del caso personale, mi pare di poter dire che A.H., scritto dallo stesso Antonio Latella con il drammaturgo di Federico Bellini, sia una messa in discussione dei pilastri stessi del pensiero occidentale. Muove da una riflessione ampia sull’Antico Testamento.

Manetti, sorridente e didattico, analizza la Scrittura – ovvero il Verbo – nel suo essere segno, traccia fisica, tangibile, vergata su carta: il simbolo da cui tutto muove, Bet, che tutto apre e che tutto contiene. Per capire la menzogna, e per capire Hitler che di quella menzogna è il paradosso, occorre tornare all’inizio, al fondamento stesso del discorso: la menzogna nasce con il discorso, il falso riempie di sé il vero.

L’attore, che veste un candido abito di carta, affonderà sempre più nella melma di un delirio verbale, spostandosi continuamente su piani semantici (e fisici) diversi, intrecciando citazioni e rimandi, confondendo volutamente le prospettive, mescolando cinicamente vita e morte, passato e presente, follia e verità.

Hitler è evocato per sottrazione, per allusione – con uno strabiliante trucco posticcio, creato a vista, a base di Nutella – e per “rimandi di rimandi”: ecco la danza del Grande dittatore di Chaplin, ma senza pallone; ecco la voce assoluta di Demetrio Stratos; ecco le pose dell’oratore capace di trascinare le folle; oppure ancora l’Hitler che prega di Cattelan, o brani di testo di Heiner Muller o di Dancer in the dark di Lars von Trier.

Quel che preme a Latella e Manetti non è certo la biografia di Hitler, né tantomeno un banale prendere posizione contro il delirio criminale che ha portato alla Shoa. No: qui, in scena, c’è altro. Forse il “miseramente ontico”, l’essere in sé, l’uomo in quanto tale. E io, spettatore solitario (mi) vedevo come in un specchio. L’Uomo, violento architetto di morte: ed è straziante la sequenza di gesti in cui l’attore “mima” l’evoluzione dell’umanità attraverso la crescita degli strumenti usati per uccidere. Dalla fionda al lanciafiamme, dalla lancia al kalashnikov, Francesco Manetti dà corpo alla tecnologia omicida, in una danza macabra in cui il corpo umano è macchina da guerra, salvo poi svelare e mostrare - con un’acuta inversione di prospettiva – il corpo delle vittime e le conseguenze di quelle stesse armi.

Lo spettacolo continua a crescere, i capitoli di questa narrazione implacabile si sommano l’uno all’altro. Ancora situazioni diverse, per un lavoro che procede tra slittamenti fisici e spiazzamenti intellettuali ma che non molla un istante lo spettatore. Si moltiplicano le domande, i dubbi, s’illuminano le contraddizioni.

Non c’è, in Latella, la volontà di trovare risposte, anzi: nella sua pratica di smontaggio sistematico delle basi stesse dell’identità occidentale, dalla sua origine giudaico-cristiana – fino all’apice violento del nazismo e del fascismo – il regista prosegue, spettacolo dopo spettacolo, in una millimetrica azione di messa a nudo della retorica della Verità. È in nome della Verità, del Bene, di Dio che si commettono massacri, che si dicono menzogne. Forse meglio, allora – aggiungo io – coltivare il dubbio, la sorpresa, l’incerto, la domanda. E in quest’epoca di false credenze, di aggressioni sistematiche, di urla continue; in quest’epoca di furbizie e furbetti, di approfittatori e sfruttatori, di millantatori egoici e laidi carrieristi, è quanto mai opportuno smontare, svelare, mettere in crisi, chiamarsi da parte e riflettere su quanto è stato e su quanto è.

Francesco Manetti è straordinario: la sua è una prova davvero eccellente di interprete e performer capace di mantenere spasmodicamente tesa l’energia del lavoro; di insinuarsi, subdolo e sottile, nei meandri dell’immaginario collettivo, stravolgendolo. Ed è interessante notare come Latella, con i suoi formidabili interpreti, tenda sempre più a svelare i meccanismi dell’umano attraverso i meccanismi del teatro: facendolo, diffamandolo, negandolo nel momento stesso in cui afferma la più sublime e smaccata teatralità.

Uscendo dalla sala prove, ho portato con me, a lungo uno strano malessere, un senso cupo di sbandamento, una nausea amara del mondo e dell’uomo: con la certezza che il teatro, quando vuole, sa far molto male.

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