Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
24 Settembre Set 2014 1826 24 settembre 2014

Lacoste, Short Theatre e le chiacchiere romane


Enciclopédie de la parole, regia Joris Lacoste

Roma è una città dove al cinema i film si vedono solo doppiati in italiano (salvo rarissime eccezioni). E dove gli spettacoli – e a volte le discussioni sullo stato del teatro – spesso hanno come orizzonte di riferimento il grande raccordo anulare, nell’illusione di essere ancora Caput MundiCosì ci parliamo addosso, ce le cantiamo e ce le suoniamo: e la ragione sta un po’ qua o un po’ là. Facciamo bene a lamentarci (come Franco Cordelli sul Corriere) e facciamo altrettanto bene a sostenere imprese che sono piccole iniezioni di vivacità (vedi Bandettini su Repubblica o Andrea Pocosgnich su www.teatroecritica.net).

Ma verrebbe voglia di provare anche a guardar quel che accade non solo oltre il Gra, ma oltralpe: laddove, insomma, la civiltà teatrale si interroga su questioni di cocente attualità, dove trova la vivace risposta di un pubblico che, magari, semplicemente si diverte a andare a teatro.

Allora, nell’attesa della folgorante vetrina del Romaeuropa Festival, che ogni anno porta in città il mondo, abbiamo accolto con grande piacere Enciclopédie de la parole, lo spettacolo di chiusura del Festival Short Theatre.

Arriviamo buon ultimi a commentarlo, dopo che si è a lungo dibattuto sulla valenza della manifestazione diretta da Fabrizio Arcuri, che ha preso vita al Mattatoio e in altri teatri romani. Per quel che ci riguarda, possiamo dire che – come in ogni festival – alcune cose ci han convinto di più, altre molto ma molto meno: addirittura ci hanno depresso.

Quel che conta, però, è il tentativo di rivitalizzare una realtà che, con grande fatica, sta uscendo dal clima stantio, di polveroso litigio tra poveri, che l’ha connotata fino a pochi mesi fa. Segnali di crisi non mancano - l’Opera e l’Eliseo lo dimostrano –, ma il nuovo assessorato alla cultura, la nuova direzione del Teatro di Roma, lo slancio di realtà come Orologio e Argot, il ritrovato Vascello, le mille altre iniziative – complice anche il fatto che l’estate romana è stata traslocata ope legis a settembre – fanno ben sperare, o quanto meno ci dicono che l’elettroencefalogramma non è piatto.

Il rischio semmai, tipico di tutte le manifestazioni capitoline, è una certa autoreferenzialità: il pubblico del teatro è fatto, spesso totalmente, dai teatranti stessi che si applaudono, si consolano, si criticano con ferocia. Il che diventa ancora più chiaro per quegli spettacoli che dovrebbero essere “difficili”, ovvero quelli “di ricerca”, magari addirittura “alternativi”, che parlano prevalentemente a un pubblico di nicchia. Il problema, nel caso, non è tanto degli operatori, quanto della “ricerca” stessa, troppo a lungo rivolta ad adepti anziché a spettatori: ma anche in questo senso qualcosa si muove e non manca chi, pur tentando la strada aspra dei “nuovi linguaggi”, si apre al pubblico e cerca un rinnovato e franco dialogo con lo spettatore.

Resta sospesa la questione della “qualità”: ormai viviamo un “teatro amatoriale di ricerca” che stenta a, e forse non può, decollare. Su questo fenomeno, sulle cause che l’hanno creato, dovremmo tornare a riflettere.

Poco tempo fa, il critico Renato Palazzi in un bell’articolo su www.delteatro.it ha raccontato di una generazione che non diventa adulta: mi permetto di obiettare che il guaio non è tanto nei singoli artisti, quanto in un sistema sbagliato, che impedisce la crescita e il naturale ricambio generazionale. Oggi va di moda colpevolizzarsi e cercare vie di fuga (dalla psicoanalisi alle nuove religioni): sempre più spesso pensiamo “io non sono all’altezza” e non diciamo più “è marcio il sistema”. 

Questa generazione ha fatto tanto, e fa tanto: quel che ha potuto e che può, inventandosi giorno dopo giorno. Poi, ecco il punto, c’è il nodo della qualità: alla fine, checché se ne dica, anche nel teatro resiste la questione artistica. Ce ne sono di teatranti bravi – e anzi il livello medio, sia nella ricerca che nel mainstream si è alzato moltissimo – ma persistono i cagnacci, i velleitari, o quelli che si sentono geni incompresi: ebbene, genio incompreso, a guardar bene, è un ossimoroLa genialità si misura sul decennio: c’è chi regge, chi resiste, chi si rinnova, chi vive una seconda giovinezza. Altri, semplicemente, rimangono indietro, si incartano, si perdono. O forse non hanno molto da dire. Insomma, non tutti, per forza, devono diventare grandi.

Allora torniamo a Joris Lacoste, e alla sua Enciclopédie, che ha smosso questo ragionamento. Molto apprezzato all’estero, questo artista, classe 1973, è arrivato accolto in gloria come la rivelazione del Festival d’Avignon. A Roma ha presentato la Suite n°1, “ABC”, ossia una fase del percorso cui si dedica dal 2007. Il suo lavoro è intelligente e divertente. Gioca con le lingue europee (e non solo) un po’ come Ionesco faceva ne La Cantatrice calva con l’inglese: svela le musicalità, mostra le strutture del linguaggio, induce alla sorpresa illuminando una parola o una frase di ritmi o cadenze diverse. La parola, oggettivizzata, risplende nella sua forma, che può essere vuota – addirittura demoniaca – o piena di senso. Le lingue si rincorrono nel palcoscenico del Teatro Argentina che ha ospitato il lavoro, dove un numeroso coro segue le indicazioni direttoriali di Lacoste. Nel blob che ne scaturisce, i frammenti di un discorso (amoroso, politico, economico, critico, pubblicitario, quotidiano…) si mescolano in quella che è una babele postmodern. In ballo, infatti, oltre lo schema facile del gioco e del meccanismo retorico, c’è il tema dell’identità, che si declina nella retorica. La mente è il linguaggio, avrebbe detto qualcuno: e come Fanny&Alexander hanno ben mostrato nella loro ricerca sul Discorso, Lacoste pare mettere alla berlina l’efficacia del parlare stesso, riducendo il significato a puro significante, a mero suono, addirittura a rumore, e svelando così meccanismi mentali individuali o collettivi.

Sostanzialmente, ricercando la phoné, tornando all’origine, scandagliando l’alfabeto, oggi Lacoste sembra arrivare a denunciare, in modo ironico e sornione, l’incomprensione reciproca tra chi parla e chi ascolta. La parola svuotata perde di senso, diventa un oggetto. Diventa il rumore di fondo, di un chiacchiericcio inutile. Una canzonetta cantata in cui tutto è uguale a tutto.

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