Simone Paoli
Actarus
24 Settembre Set 2014 2040 24 settembre 2014

Quei nonni di tutti a cui dire grazie

Circa due settimane fa, verso le 10 di sera, io e mia moglie stavamo parlando del più e del meno, quando sentimmo bussare con discrezione alla nostra porta.

Con una certa sorpresa data l’ora, andai a controllare, e vidi la nostra ottantenne vicina. Sapevamo che il marito non stava molto bene, per cui immaginammo subito che non fossero buone notizie. Ed infatti “Mio marito sta morendo” ci disse con un filo (ma fermo) di voce, entrando, scusandosi per l’ora.

Ci raccontò della famiglia (lei e i 4 figli) da giorni al capezzale del proprio caro, e di come nel corso della giornata le condizioni fossero peggiorate, e fosse ritornata in ospedale appena in tempo per stringergli la mano l’ultima volta, e sentirgli dire “Ti ho aspettata”, per poi non riprendere più conoscenza.

Il mio vicino è morto il giorno dopo, ed ai suoi funerali c’era praticamente tutto il paese, tra amici e conoscenti suoi, della moglie e delle famiglie dei 4 figli e nipoti vari.

Il mio vicino e sua moglie sono uno splendido esempio di quella generazione che ha fatto la fortuna del nostro paese. Trasferiti in Alto Adige nel dopoguerra, in un piccolo paese, si sono sforzati di imparare il tedesco ed inserirsi nella comunità (e vi assicuro che all’epoca non era una passeggiata). Hanno lavorato duramente, risparmiato, cresciuto 4 figli e costruito la loro casa. Superato momenti difficili, sempre insieme. Sempre con la forza della calma, dei piccoli passi.

In questo mi ricordano appieno i miei nonni e nonne, con storie simili, anche nell’affrontare i lutti. Niente lacrime (almeno in pubblico), un dolore composto e un atteggiamento sobrio. Impressionava, il giorno del funerale, il silenzio assoluto con cui tutti hanno partecipato alle esequie, rotto solo dal cigolare dal gallo segnavento della Chiesa.

Mentre ascoltavo la signora nel nostro salotto, mentre partecipavo al funerale ascoltando il ricordo commosso del figlio nei confronti del padre, non potevo fare a meno di pensare alle differenze con la mia generazione. Oggi dicono in tanti siamo come nel dopoguerra. Io non credo affatto sia così, all’epoca c’erano fame e miseria, oggi le code per iPhone e simili.

Ma anche fosse vero, mi domando: avremo la forza di fare quello che fece la generazione dei nostri nonni? In fondo se oggi siamo come siamo, lo dobbiamo soprattutto a loro.

E questo non è altro che il mio sommesso e personalissimo grazie.

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