Raja Elfani
Gloβ
26 Settembre Set 2014 1452 26 settembre 2014

AICI: il futuro della cultura italiana all’estero

Dopo il vertice dei Ministri europei della Cultura alla Reggia di Venaria, l’Associazione degli Istituti Italiani di Cultura all’estero (AICI) decide di riunirsi tra ieri e oggi a Torino - per cui La Stampa era in prima linea.

Per rinnovarsi, l'AICI che dipende dal Ministero degli Esteri si allinea al piano di un altro ministero,quello di Franceschini (MIBACT)tutto puntato su managemente digitale. Una transizione obbligatoria che non riguarda soltanto i musei ormai quasi tutti spronati da Google Art Project.

Anche gli archivi degli IIC sono miniere d’oro, colme di tracce che raccontano scambi, passaggi, connubi e legami storici. Miniere che è giusto mettere a profitto ora che la crisi costringe lo Stato a reinventarsi.

Ma l’apertura ai privati è un rompicapo per l’amministrazione pubblica che, per farla breve, non è preparata alla ricerca di sponsor.

In Francia è da un pezzo che sono superati i tabù che ancora rallentano l’Italia: i vicini di casa si sono dati al mecenatismo di Stato sistematico, ben oltre gli affari strettamente legati alla cultura, pensando di chiudere definitivamente con la vecchia burocrazia.

Chissà se il mecenatismo ha sostituito i sovvenzionamenti? Intanto non c’è un’istituzione francese (anche all’estero) che non abbia un servizio Mecenati.

Ovviamente il termine elegante “Mecenatismo” non fa che abbellire trattative spesso prettamente commerciali. Ragione per cui anche in Francia la transizione liberale ha scatenato non poche proteste, ultima quella della prestigiosa Ecole des Beaux-Arts di Parigi affittata per eventi di moda.

Tornando al futuro degli IIC, con un database sarà sicuramente più facile accedere agli archivi, reperire scritti e opere custoditi a fatica con i tagli dei fondi.

Ma è bene ricordare che la digitalizzazione è solo un mezzo e se davvero l’AICI farà questo salto, ovvio che non basterà mettersi in rete per sopravvivere: serve incentivare offerte e sostegni, guardando al mercato senza puntarvi come obiettivo.

Ottimo quindi il progetto di omologare la gestione culturale degli IIC con il digitale, se però resterà centrale una certa diversificazione strategica.

In particolare, fra tutti gli istituti italiani all’estero, il caso dell’IIC di Stoccolma è unico e la scommessa è doppia.

Ecco perché:

L’istituto di Stoccolma - oltre a quello che custodisce - è già un capolavoro in sé: un gioiello di architettura tutto firmato Giò Ponti fin nell’arredamento ancora oggi fermo nel tempo.

L’Italia ha un manifesto dell'eccellenza nazionale degli anni '50 a due passi dal Filminstitutet, gli studios svedesi dove ha girato Bergman, e dai magazzini portuari lasciati dall’Expo di Stoccolma del 1930 oggi adibiti all’arte contemporanea.

Non solo: l'istituto di Stoccolma è un posto dove sono passati Tabucchi e Pasolini nel suo ultimo viaggio ricordato nel biopic di Abel Ferrara. Un posto ancora oggi frequentato dalla fotografa Ewa Rudling e dal regista Carlo Barsotti che ha tradotto Dario Fò traghettandolo verso il Nobel.

Insomma l’IIC di Stoccolma è il perfetto esempio di un incredibile concorso di eventi, rigurgita di Storia, un bene che va urgentemente trasformato in ricchezza. E in questo caso le carte ci sono tutte, basta giocarsele bene.

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