Edoardo Varini
Due o tre cose che so del mondo
1 Ottobre Ott 2014 1728 01 ottobre 2014

La Francia respinge l'austerity: che abissale, baudelairiana differenza

È in giornate come queste che la voglia di essere a Parigi è irrefrenabile. Un po' per il fascino del primo autunno che colora il cielo di una tinta a mezzo tra il perlaceo e il turchino che non so dire, e un po' perché da qualche parte sotto i grandi boulevard deve esserci la porticina stretta che conduce all'amore incondizionato per la libertà. Ti immagini la Marianne dal berretto frigio che ti sussurra silenziosamente con l'indice sinistro: «È qui», e tu non sei più qui ma tra lo spleen e l'idéal, che è poi il non luogo che chiamiamo altrove.

Che certo non è l'Italia. Non è l'Italia il Paese in cui il ministro delle Finanze può alzarsi e mandare al diavolo l'austerity imposta ai suoi connazionali da un'altra nazione. Le regole di bilancio della UE ingiungono un deficit sotto il 3% del Pil? Vadano al diavolo: sarà così – ma solo se la situazione economica del Paese migliorerà – nel 2017. «Nessun ulteriore sforzo sarà richiesto alla Francia, perché il governo rifiuta l'austerità»: queste sono le parole esatte del ministro delle Finanze francese, Michel Sapin.

La Merkel scompostamente irrompe: «La crisi non è finita. I Paesi devono fare i loro compiti per il loro benessere», ma la sua voce è fioca, come mai prima.

Bastava questo. Bastava un no nato dal ricordo del principio di sovranità nazionale. Bastava rammentarsi di essere cittadini e non sudditi.

Voliamo a Hong Kong, dove hanno la "Rivoluzione degli ombrelli", mentre da noi, a Roma, Torino, Milano, Bologna, degli ombrelli abbiamo solo la Restaurazione. Alla Altan, che l'ombrello ci è già stato ficcato o sta per esserlo dove non vorremmo.

E che viene restaurato, all'ombra dell'obelisco della Fontana dei fiumi, tra i damaschi del caffè Fiorio, sul prato del Meazza, davanti a San Petronio? L'idea della politica come atto di fede, e si ha il coraggio, con questa idea nella testa, di andare a contestare le ideologie. Di dire che quella intorno all'articolo 18 è una discussione ideologica. Certo che lo è! Ma lo è anche perdere tanto tempo intorno a una sciocchezza.

È dalla legge 92, dal 28 giugno del 2012 che di fatto l'obbligo di reintegro del lavoratore licenziato illegittimamente non esiste più, a meno che questa illegittimità non sia discriminazione, cosa del resto prevista nella legislazione di qualunque paese civile, e che non era oggetto di discussione.

Era in discussione la possibilità di reintegro nel caso di licenziamenti per ragioni disciplinari, ma questa è rimasta. Ma di che cosa abbiamo parlato fin qui?

E lo so che ci saranno i sedicenti beninformati – quelli che pensano sia da elettore consapevole e non da imbecille perdere le mattine a leggere su cinque giornali i commenti alle dichiarazioni di politici cocoriti che se pensano interrompono il filo del discorso – che mi replicheranno: «E no! Perché la legge Fornero prevedeva il reintegro anche per i licenziamenti dalla motivazione economica "manifestamente insussistente"».

Risponderò loro che nell'attuale catastrofica congiuntura italiana la manifesta insussistenza della ragione economica è più indimostrabile della teoria delle stringhe. Di fatto, il reintegro per quella fattispecie, non esisteva già.

Il fiorentin fanciullo dice che se non crediamo nella politica saremo vittima della tecnocrazia e ci comanderà l'Europa. In altre parole: non possiamo che seguirlo. Perché lui si ritiene "la politica". La cosa merita un commento?

A Parigi pensano che per non cadere in balia della Germania sia sufficiente dirle no. E l'hanno fatto. Che abissale, baudelairiana differenza.

A presto. 

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