Luca Gatti
SkypeEuropa
9 Ottobre Ott 2014 1724 09 ottobre 2014

Siamo tutti cittadini di Kobane

Nella battaglia di Kobane migliaia di persone, la stragrande maggioranza civili, si stanno opponendo alla conquista della città da parte dell'esercito dell'IS.

Si tratta di un nuovo dramma, epocale, di cui potrebbero parlare i nostri libri di storia. Alcuni giornalisti si sono spinti a paragonare la battaglia di Kobine a quella di Stalingrado. Di certo la caduta di questa città siriana ma a poche decine di metri dal confine turco, rappresenta nell'immaginario di molte persone un fatto di grande rilievo per quattro fondati motivi.

Il primo perché l'accerchiamento di questa cittadina mostra una forza dirompente dell'esercito "nero" dell'IS. È da fine giugno che si è iniziato a parlare quotidianamente di questo nuovo fanatismo e a quanto sembra poco si è riusciti a fare per circoscriverne il raggio d'azione.

Il secondo perché le due potenze regionali, Turchia ed Iran, si stanno silenziosamente sfidando, con la conseguenza di lasciare la popolazione curda in balia di un nemico più organizzato e meglio equipaggiato. Pochi giorni fa infatti la Turchia ha dichiarato che interverrebbe militarmente solo se si arrivasse ad una deposizione di quello che rimane del regime di Assad. Allo stesso tempo l'Iran ha annunciato che potrebbe intervenire in difesa dei curdi solo con l'autorizzazione di Assad. Una contrapposizione che spiega quello che realmente c'è in palio. L'influenza geopolitica in un'area in balia dell'anarchia.

Il terzo motivo è che l'Unione Europea, presa dalle audizioni dei futuri Commissari Europei, non è riuscita a partorire un'idea o un'ipotesi seria per affrontare il problema. Una silente pigrizia che fa male. Neanche la simbolica manifestazione dei curdi che vivono in Europa, avvenuta davanti al Parlamento Europeo, ha suscitato una qualsivoglia azione. Eppure, uno degli slogan di campagna elettorale alle scorse elezioni europee (maggio 2014) era proprio AZIONE.

Ancora una volta la nostra immaturità e l'incapacità di pianificare una politica estera lungimirante apre la strada a domande e ad attacchi di ogni tipo.

Il quarto motivo di rilievo che spinge a definire Kobane una ferita grande è la condizione dei curdi. Divisi da decenni in quattro paesi, gasati da Saddam, repressi dalla Turchia, piegati da Assad e accettati a forza dall'Iran, questo popolo, forse il più europeo del medioriente vive una nuova stagione di repressione. Il pensiero va inevitabilmente ai giovani e alle giovani (tante!) che stanno combattendo in queste ore per la difesa della propria città e della propria cultura. Oggi in Europa non possiamo non sentirci tutti cittadini di Kobane, tutti curdi, tutti al fianco dell'eroica resistenza che si oppone al fanatismo di testi mal interpretati e che per uno strano gioco delle parti sembra essere stato abbandonato dai propri vicini, oltre che dall'occidente.

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