Vita da cani
13 Ottobre Ott 2014 1701 13 ottobre 2014

Pompi, ovvero checcefrega delle regole

Fatto: la storica pasticceria Pompi di Roma, celeberrima per il suo tiramisù, chiude i battenti. Al suo posto, pare, un ristorante cinese Il tam tam sui social network e sui siti d’informazione è un misto di sconforto – “come farò senza quel tiramisù?” – e una buona dose di razzismo di fondo – “i cinesi hanno rotto… le scatole”. Ma perché chiude Pompi? Per la crisi che morde le piccole imprese e ha iniziato a intaccare anche i totem della nostra società? Perché il tiramisù non era più buono? Perché il padrone si era stufato e voleva godersi la (dorata) pensione? Niente di tutto ciò: Pompi chiude perché i vigili fanno le multe alle macchine che sostano in doppia fila. Per i non romani: il mitologico locale sorge in una delle zone a più alta concentrazione di casa. Tradotto, trovare parcheggio dopo le sei di sera è un’impresa che rasenta il miracolo.

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L’avventore tipo di Pompi non ha tempo da perdere: parcheggia la macchina in doppia o tripla fila e si avventura nel locale alla ricerca di una porzione del dolce. I vigili ogni tanto arrivano e fanno le multe. Il bilancio di Roma precipita e i vigili capitano un po’ più spesso. Fanno multe a chi parcheggia fuori dalle strisce blu, a chi parcheggia in seconda e terza fila imbottigliando il traffico. In sostanza, fanno rispettare la legge. Ma al signor Pompi questo non piace: più multe significa meno avventori. Meno avventori significa che si chiude. Manca totalmente un briciolo di autocritica, nessuno si preoccupa di dire che magari gli avventori possono usare la metropolitana (uno dei pochissimi mezzi pubblici che a Roma funziona) e la cui fermata più vicina – Re di Roma – dista poche decine di metri da Pompi. Se il locale chiude la colpa è delle istituzioni, che in una città come la Capitale latitano da sempre ma che, almeno in questa occasione, si sono limitate a far rispettare le regole. Il che ha dell’incredibile, per il signor Pompi. Stufo di quelle che lui chiama “vessazioni” (ma che noi chiamiamo rispetto delle regole), getta la spugna e cede il proprio esercizio ai cinesi. Non risparmiando una battuta che ha del ridicolo: ora potrete imparare il cinese. Non significa nulla, ma serve ad alimentare quella “caciara” (per dirla alla romana) che va tanto di moda in questo momento. Non pago le tasse perché sono troppo alte, chiudo un esercizio perché fanno le multe ai miei clienti indisciplinati. Un paradosso tutto italiano, l’ennesima storia di un’imprenditoria che, flagellata dalla crisi, non fa nulla per provare a salvarsi. Anzi, combatte contro i mulini a vento delle “istituzioni scorrette”. E perde, immancabilmente. Ma non c’è nulla del romanticismo di Don Chisciotte: c’è solo una disabitudine alla vita “normale” che ci costa ogni giorno derisioni di ogni sorta negli altri paesi. Un vero affare.

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