Diego Corrado
Avenida Brasil
13 Ottobre Ott 2014 0819 13 ottobre 2014

Quel “muro della vergogna” che continua a dividere il Brasile

Quando il 28 ottobre 2012, nel suo discorso della vittoria il neoeletto sindaco di San Paolo, Fernando Haddad, del Partido dos Trabalhadores di Dilma Rousseff e Lula, dichiarò che obiettivo centrale del suo mandato sarebbe stato “diminuire la grande disuguaglianza esistente nella nostra città, abbattere il muro della vergogna che separa la città ricca dalla città povera”, in pochi prestarono realmente attenzione alle sue parole, che parevano più un esercizio retorico tipico di quei momenti. Il Brasile viveva l’apice della impetuosa crescita dell’era lulista, e proprio sull’onda di questa il PT aveva riconquistato appunto il municipio della capitale paulista, di gran lunga la più popolosa, la più ricca e la più moderna delle megalopoli del paese.

Sembrava sanato il paradosso di un partito, il PT di Lula appunto, al governo nazionale da 10 anni, e tuttavia da tempo minoritario nei territori più sviluppati della federazione, che pure furono la sua culla, quando nel 1980 l’avanguardia della classe operaia, i settori più avanzati della chiesa cattolica e l’intellighenzia di sinistra si saldarono in un esperimento di grande originalità, un unicum mondiale, che – non senza una lunga e difficile traversata – sarebbe giunto al potere nel 2002 e appunto da 10 anni amministrava il paese garantendo forte crescita del reddito per i più poveri, pieno impiego e stabilità per tutti.

Sembrava sanato il paradosso che durante il doppio mandato di Lula aveva visto la base elettorale del partito spostarsi in modo sempre più evidente nel Nordest, negli stati come Bahia, Cearà, Pernambuco, Amazonas, Parà, quelli più arretrati, proprio mentre il Brasile scalava la classifica delle economie più dinamiche del mondo.

Due anni dopo, quel paradosso è più vivo che mai. Complice l’accidentato percorso della seconda metà del mandato di Dilma Rousseff (ricordiamo la brusca frenata dell’economia proprio nel 2012, l’onda di proteste a giugno 2013, le polemiche che hanno accompagnato i Mondiali, pur riusciti come evento, la persistente stagnazione economica unita a un’inflazione troppo alta per un paese che cresce così poco), il primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi domenica 5 ottobre, ci consegna un paese spaccato in due.

Con Dilma e il PT, con Lula, che della presidente in carica è padrino, sponsor e maggior “cabo eleitoral”, il 41,5% degli elettori, il peggior risultato dal 1998, quando proprio Lula perse contro il PSDB di Fernando Henrique Cardoso già al primo turno. Con Aécio Neves e il suo PSDB il 33,5%, un risultato straordinario e sorprendente se paragonato ai sondaggi di pochi giorni prima, che lo vedevano lontano terzo rispetto a Dilma e Marina Silva, la leader ecologista e “candidata per caso”, subentrata a corsa iniziata a Eduardo Campos, scomparso in un incidente aereo a metà agosto. Un risultato che lo proietta verso il secondo turno (un’elezione completamente diversa, dove potrà contare su pari tempo nella propaganda tv e sull’appoggio di Marina Silva, che al primo turno ha raccolto il 21,3% e proprio ieri ha sciolto la riserva) con l’aura del favorito.

Ma al di là del dato numerico, ancora in piena evoluzione e tuttora aperto a ogni esito, quello che colpisce è la distribuzione per aree geografiche, classi di reddito e grado di istruzione degli elettori. Dilma e il PT prevalgono nel Nordest del Brasile (l’area meno sviluppata), tra i più poveri e tra i meno istruiti. Aécio Neves e il PSDB nel Sud (nello stato di San Paolo il suo collega di partito Geraldo Alckmin è stato rieletto al primo turno con ampio margine), tra i ceti più ricchi e più istruiti.

Due anni dopo il discorso di Fernando Haddad, il “muro della vergogna” denunciato da lui è più alto e robusto che mai. Ed è un peccato, perché questa spaccatura polarizza gli schieramenti elettorali lungo cleavages che rischiano di fare male al paese, che continua ad avere bisogno tanto delle politiche redistributive del PT, che incidano sulla disuguaglianza tanto e più di quanto fatto finora, quanto di quelle business friendly del PSDB, che rimettano in moto una macchina produttiva da troppo tempo ingolfata.

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