L’insostenibile pesantezza dell’essere italiano
14 Ottobre Ott 2014 2339 14 ottobre 2014

Il coraggio abita a Kobane

La Stalingrado del Vicino Oriente, l'Alamo curda, la nuova Srebrenica. Possiamo proporre tutti paragoni che vogliamo per Kobane, macabri e tragici sicuramente. Per ora è il luogo dove si sta lambendo il genocidio, una nuova strage di innocenti che però questa volta non intendono vendere la pelle facilmente. Nel nord del Kurdistan siriano, proprio ai confini con la Turchia, l'ISIS ha deciso di porre la sua bandiera. L'Occidente sembra vicino per i rifugiati curdi, basterebbe fare pochi chilometri per entrare in un paese dalle aspirazioni europee e sfuggire alla strage. Erdogan, incosapevolmente, ha per le mani l'occasione di confermare i passi avanti della Turchia ed avvicinarsi alla tanto agoniata integrazione occidentale.

Per ora, però, Kobane è sola ed assediata.

Curdo, armeno, arabo. Lingue e culture che si intrecciano in uno scenario che ricorda vagamente e tristemente quello dei Balcani. Kobane doveva essere, per la sua posizione ideale, il crocevia dei fuggitive dal terrore del Califfato. Situata sul confine avrebbe permesso la facile transizione nei paesi limitrofi. Da luglio però è constantemente bersagliata dalle offensive dei miliziani islamici: dopo i primi due attacchi, il 12 ottobre i terroristi sono riusciti ad entrare nel centro urbano prendendone il controllo di circa il 40%. Dei 54mila abitanti ne sono rimasti solo duemila a fronteggiare i diecimila assedianti. Secondo l'UNHCR 400mila persone hanno provato ad attraversare il confine siriano dall'inizio delle violenze. Tanti, di nascosto e rapidamente, sono riusciti ad lasciarsi alle spalle le urla "Allah akbar" e le teste mozzate dei parenti o dei vicini di casa. Altri, tantissimi altri, sono morti nel farlo o si sono trovati la strada sbarrata da un secco "NO".

Un rifiuto che, ironia della sorte, proviene da quello che doveva essere l'Occidente. Erdogan, capo di Stato turco, ha palesato quelle che è tutt'altro che che ruolo passivo in questa crisi internazionale. Meglio un terorista al confine che un curdo: Erdogan, di Kobane, se ne frega.

Kobane non è ancora caduta, ma un primo sconfitto del conflitto ce l'abbiamo già ed è proprio la Turchia. In questi ultimi avvenimenti sono venute a galla tutte le distanze che Ankara tiene ancora da tutto ciò che è comunemente definito "occidentale" o europeo, anche per colpa della stessa classe dirigente. Ideologicamente, politicamente e culturalmente le distanze sembrano essere ancora incolmate ed incolmabili: una società sempre più liberticida, valori estremisti molto radicati e l'appoggio plateale a gruppi violenti e fondamentalisti hanno ridotto le già effimire possibilità di piena integrazione della Turchia. La richiesta di adesione all'UE sembra destinata a fluttuare per le stanze di Bruxelles ancora per molto tempo.

Siamo di fronte ad una vittima. Kobane è una vittima della politica di Erdogan, del fondamentalismo ma anche in buona parte dello stesso blocco NATO. Obama ed il lungimirante Kerry (si fa per dire!) hanno deciso di armare il nemico del proprio nemico, senza sporcarsi le mani ed agire in prima linea mettendo sul piatto tutta la disparità militare possibile. Quando si sono decisi a passare all'azione ormai l'ISIS sapeva bene cosa aveva di fronte e come combatterlo. I petrodollari ricevuti dal Califfo erano stati ben investiti. Kobane è vittima di quello che si pensava fosse Occidente ma che non lo è stato e anche dello stesso Occidente.

A Kobane però si resiste. Quello che resta delle forze peshmerga è riuscito a organizzare un contrattacco uccidendo 13 islamisti e rimuovendo la bandiera testimoniante la conquista da parte dell'ISIS (sì, la stessa bandiera che avete visto a San Pietro in un fotomontaggio). Possiamo dire che, senza giri di parole o esagerazioni, la coraggiosa resistenza curda sta dando tempo prezioso all'Occidente: con la conquista definitiva di Kobane e Baghdad le truppe islamiste si troverebbero davvero a minacciare i confini più prossimi dell'Europa. A quel punto?

A Kobane si resiste, si combatte e si muore. A Kobane, però, dovremmo combattere anche noi.

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