Andrea Porcheddu
L’onesto Jago
15 Ottobre Ott 2014 1030 15 ottobre 2014

Catacombali o estroflessi: a chi parla il teatro?


Quotidiana.com

Il bello di scrivere recensioni molto dopo, ossia passati giorni dall’evento scenico, è che le emozioni si sedimentano, decantano, si distillano. E vengono in mente altre cose.

Per me, che ho una memoria lasca, evanescente, emotiva, di uno spettacolo visto giorni e giorni prima restano infatti sensazioni curiose, quasi d’affetto, confusamente sentimentali. Posso ricordare benissimo degli aspetti marginali, degli stati d’animo, delle suggestioni visive.Invece rischio di dimenticare il quadro generale, la sequenza delle scene, i colori, le musiche. Poi, se qualcuno mi ricorda certi dettagli, dico: “ah sì, vero”.

Di fatto – e ce lo raccontano i grandi critici, non certo io – è come avere a che fare con le persone. La teoria di Flaiano era che ci possiamo innamorare di una donna per i suoi difetti, o magari possiamo detestarne un’altra con la sua perfezione: così è, diceva il genio pescarese, anche per gli spettacoli.  

Dunque in questi giorni ho visto cose superlative, altre medie, altre mediocri o proprio non riuscite. La cosa buona, che ci salva, è che ogni spettacolo, anche il più cialtrone, può farci pensare all’oggi, al nostro tempo, a quel che viviamo e a chi siamoApre gli occhi e stura le orecchie anche un malandato monologo recitato in una cantina, se coglie quell’istante in cui risponde, chissà come, alle nostre domande.

Tutto questo pistolotto introduttivo è per mettere a contatto due spettacoli visti ormai settimane fa: Thanks for Vaselina, di Carrozzeria Orfeo e L’anarchico non è fotogenico, primo capitolo di una trilogia dal titolo “Tutto è bene quel che finisce” di Quotidiana.com, ospitati nel sempre vivace (ma ormai ovviamente concluso) festival Teatri di Vetro di Roma.

Un festival, va detto, che quest’anno ha traslocato: se nelle precedenti edizioni animava il teatro Palladium nel quartiere Garbatella, ora che quel bellissimo spazio sembra sempre più chiuso, la regista e direttrice artistica Roberta Nicolai, con tutto lo staff di Teatri di Vetro ,ha trovato ospitalità nel teatro Vascello, a Monteverde, storica sala della ricerca teatrale italiana.

Allora, mi piace mettere sulla stessa bilancia i due lavori citati, ancorché diversissimi tra loro. Il primo, di Carrozzeria Orfeo, decisamente accelerato, veloce, brioso, divertente, totalmente estroflesso. L’anarchico non è fotogenico, invece, pigro, introiettato, strascicato, sussurrato, cupamente ironico, addirittura macabro.

L’aspetto significativo, in entrambi, è quel sotterraneo senso di disagio generazionale, di nausea costante, di rivolta che si dipana in mille possibilità che però non ne fanno una. Ma, soprattutto, entrambi sono stimoli utilissimi per riflettere un po’ sui gusti e sulle richieste del pubblico teatrale. È vero che il pubblico romano ormai non fa storia (semmai l’ha fatta), tanto fazioso e tendenzioso appare nelle manifestazioni off, e altrettanto generico e generone rischia di essere nella scena mainstreamPerò i due lavori (come pure tutta la manifestazione di Teatri di Vetro) sono paradigmatici per cogliere il sottile conflitto degli artisti d’oggi di fronte all’interlocutore naturale e eterno, lo spettatore. A chi parla il teatro oggi?

Thanks for Vaselina è un poutpourri: nella drammaturgia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi c’è di tutto. Un frullatore tematico, culturale, drammaturgico, che travolge lo spettatore inglobandolo in una narrazione eccessiva, smodata, anche tagliente. Strarecensito con merito, e accolto ogni volta con ovazioni, lo spettacolo è il culmine di un percorso instancabile fatto da Carrozzeria Orfeo: sono bravi (oltre ai già citati drammaturghi anche interpreti, in scena c’è la brava Francesca Turrini, con la straordinaria Beatrice Schiros) a tenere il pubblico, addirittura ad “intrattenerlo” intelligentemente. Tra buonismo e moralismo, il loro è un sano “teatro medio” – sia detto con tutto il rispetto: un teatro che sa piacere, sa far pensare, diverte, e che non deve ogni sera per forza sconvolgere, deflagrare, o cambiare il mondo come è ambizione di tanta ricerca. Fanno bene il loro lavoro, quelli di Carrozzeria Orfeo, imbastiscono una robusta commedia che gioca bene con il comico di situazione e di battuta, mettono in campo personaggi curiosi e una storia (che si perde un po’ nel finale per eccesso o nella coreografia per tazzine e cucchiani, francamente inutile) dal taglio originale, pur miscelando Almodovar o Bruce Willis o ancora certe sitcom di successo. E va bene così, non c’è bisogno d’aggiungere altro (almeno per me): il pubblico, oggi, ha evidentemente bisogno di questo tipo di teatro, accorre e applaude convinto. È innegabile che il ritorno a una drammaturgia che sappia comunicare, raccontare, rappresentare mondi risponda anche a un’esigenza condivisa e trasversale. Su questo, allora, varrebbe la pena riflettere in modo più articolato: il pubblico teatrale cosa cerca oggi?

Diverso, si diceva, il percorso appartato di Quotidiana.com. Ho sempre amato, del duo riminese, l’iconoclastia, la scarna e caustica ferocia con cui dissacra tutto e tutti, per primi loro stessi. Roberto Scappin e Paola Vannoni riescono a essere simultaneamente fuori dal tempo e dal mondo, eppure profondamente calati in essi: non so dirlo meglio, ma spero si capisca la capacità che hanno di stare ai margini e osservare il centro. Un “centro” che evidentemente detestano: e che, nello spettacolo che prende spunto dalla “buona morte”, vorrebbero addirittura eliminare sistematicamente, in ogni sua declinazione, rimbalzandosi l’un l’altra le categorie che vorrebbero sterminare. A fronte di un sano e condivisibile spirito anarchico e finalmente anticlericale, Vannoni e Scappin cedono troppo nei piccoli rimandi metateatrali, nella cronaca spiccia, nel far nomi e cognomi di teatranti locali, mostrando un eccesso di inutile autoreferenzialità: è un giochino che può valere solo per gli addetti ai lavori, e che certo, per il pubblico di cui sopra, è totalmente privo di significato. Però resta in mente quello strampalato mondo di cowboy annoiati, di rivoluzionari immobili, in cui balletti posticci contrappuntano pose evidentemente scomode o innaturali. È tutto un sottrarre, un sussurrare appena, uno scartare ogni dichiarazione o presa di posizione, un negarsi il proprio ruolo: ma nell’incedere volutamente bradipo (non solo per i tempi e i toni), Quotidiana.com rischia di veder sfumare l’attenzione e l’adesione altrui.

Eppure vi è gusto rivendicativo di questo essere appartati anche quando si è al centro della scena. Catacombali come Claudio Morganti (ne abbiamo parlato a proposito del suo spettacolo a Prato), fuori dal “circuito” come è la bellissima e complessa Alcesti presentata da Massimiliano Civica a Firenze (ne parleremo presto: ma se potete intanto vedetelo!), il duo di Quotidiana.com ricorda un po’ quel “preferirei di no” di Bartleby.

Resta da capire quanto e come oggi, certe prese di posizione, possano essere effettivamente incisive: c’è qualcuno, in platea, che le ascolta senza essere già d’accordo? 

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