Mekong Wave
20 Ottobre Ott 2014 0841 20 ottobre 2014

Italia e Vietnam tra opportunità e occasioni mancate

Il primo ministro vietnamita, Nguyen Tan Dung, è arrivato in Italia in occasione del decimo summit Asia-Europe Meeting summit, appuntamento biennale che quest anno si tiene a Milano a conclusione del semestre europeo a guida italiana. Un summit che servirà a Dung per ribadire la posizione del suo governo sulla questione delle isole contese nel mar cinese meridionale, o mar dell’est secondo i vietnamiti, con la possibilità di un breve colloquio con il presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, che nel giugno scorso era stato ricevuto proprio da Dung ad Hanoi in quella che venne definita una visita storica, perchè prima volta di un capo di governo italiano nella Repubblica socialista.

Oggi come a giugno, gli obiettivi strategici dei due Paesi non sono cambiati: raggiungere un interscambio commerciale pari a cinque miliardi di dollari, dai circa 3,5 miliardi registrati nel 2013 .

“In omaggio all’anno del Cavallo – aveva dichiarato Renzi – ci mettiamo a correre: l’obiettivo sono i 5 miliardi e sono sicuro che ce la faremo”. Il governo italiano “è qui per creare investimenti, creare occasioni di business e fare le cose terribilmente sul serio”, aveva poi ribadito con forza davanti al premier vietnamita.

Se è vero che l’interscambio commerciale con il Vietnam è in continua crescita, spesso ci si dimentica di sottolineare che al saldo il Bel Paese è sempre in negativo. Secondo quanto riportato dal Sole24ore nel novembre dello scorso anno, “dal 2011 si sta registrando un significativo peggioramento del saldo della bilancia commerciale Italia-Vietnam, che è tradizionalmente sempre stato comunque passivo per l’Italia. Le cause sono da imputare ad una lieve contrazione delle esportazioni italiane – passate da 584 milioni del 2010 ai 501 milioni di fine 2012 – accompagnato ad un vero e proprio boom di importazioni dal Vietnam, che dagli 890 milioni del 2010 sono arrivate a toccare i 1.817 milioni a fine 2012.” Nel 2013 questo trend non ha subito variazioni, mentre i dati rilevati dall’ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero) ci dicono che nei primi sei mesi dell’anno in corso (gennaio/giugno), le esportazioni italiane in Vietnam sono addirittura diminuite dell’1,4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 340,077 a 335,334 milioni di euro. Mentre le importazioni continuano ad aumentare passando da 1.124,386 a 1.136,449 miliardi di euro.

Non è la prima volta che Dung viene in Italia e non è la prima volta che incontra rappresentanti del governo italiano, che regolarmente promettono a gran voce di voler fare di più. Sia da Hanoi che da Roma, però, si ha la sensazione che la volontà vietnamita sia più tenace e ferma rispetto a quella italiana. Non sono solo i dati a dimostrarlo. Scorso anno, il Segretario Generale del Partito comunista vietnamita, Nguyen Phu Trong, aveva inaugurato in Italia una serie di manifestazioni per celebrare il 40esimo delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. “Rispetto ad altri Paesi europei, l’instabilità politica interna italiana mina sia l’indirizzo di politica estera che quello economico”, fu il commento di Vu Xuan Hong, Presidente dell’Unione delle Associazioni d’Amicizia ad Hanoi, raccolto in occasione di quella visita. Come dargli torto? Se poi ci soffermiamo nel solo periodo che va da gennaio del 2013 ad oggi.

Se l’oggi vede l’Italia ferma al 29esimo posto nella classifica degli investitori stranieri in Vietnam, alla diplomazia italiana va dato atto di aver inaugurato la nuova sede del Consolato Generale d’Italia ad Ho chi Minh City, ex Saigon, che dovrebbe dare, forse, quel sostegno necessario alla piccola e media impresa italiana che negli ultimi anni guarda ad est per poter trovare soluzioni di ripartenza. E che potrebbe trovare nuova linfa anche attraverso il futuro accordo di libero scambio tra Unione europea e Vietnam. Si vedrà. Al momento, però, se grandi gruppi come Piaggio ed Eni riescono a muoversi in un mercato globalizzato, la piccola e media impresa nostrana sembra dimenarsi tra mille difficoltà, dettate soprattutto da una crisi economica di cui non se ne vede l’uscita. Questo fa si che prima di investire a 12mila km di distanza dal proprio Paese, le valutazioni da ponderare siano diverse, soprattutto se non si ha un vero e concreto sostegno al credito in loco come invece possono vantare imprese di altri Paesi, sia europei che asiatici.

Vanno registrate, inoltre, altre difficoltà, come quella di operare in un Vietnam che ha rallentato i suoi ritmi di crescita e che inizia a fronteggiare non pochi problemi, che gli economisti definiscono: ‘trappole di un Paese a reddito medio-basso’ (middle income traps). In altre parole, si ha l’impressione che siamo in netto ritardo, consapevoli di non aver sfruttato a pieno il nostro potenziale quando era il momento e che le opportunità siano lì, ma senza essere in grado di coglierle. O meglio, qualcuno lo ha fatto, come Piaggio appunto, con un primo impianto avviato nel 2007 ed un secondo nel 2012, per un totale di oltre 70 milioni di dollari di investimento nel distretto industriale di Vin Phuc, 25km a nord di Hanoi. Una volta poi che le barriere doganali all’interno della Comunità Economica ASEAN (Associazione delle Nazioni del sud est asiatico) saranno abbattute, i ciclomotori a due ruote prodotti nel Paese est asiatico potranno viaggiare a tariffe zero sulle strade degli altri nove Paesi dell’Associazione (Brunei, Cambogia, Filippine, Laos, Indonesia, Malaysia, Myanmar, Singapore e Thailandia). Tra i grandi marchi italiani che si sono mossi in questi ultimi anni c’è anche Eni, che ha siglato con la controparte vietnamita, PetroVietnam, accordi di esplorazione. Questo perchè il Vietnam, come il Myanmar, rappresenta un obiettivo strategico all’interno del nuovo piano di ristrutturazione dell’ex Ente Nazionale Idrocarburi.

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