Diego Corrado
Avenida Brasil
24 Ottobre Ott 2014 0850 24 ottobre 2014

Chi vincerà domenica in Brasile

Quando gli storici racconteranno delle elezioni presidenziali brasiliane del 2014 avranno materiale per scrivere una storia avvincente, ricca di colpi di scena e di suspense, in cui il risultato è stato in bilico fino all’ultimo e i pronostici hanno più volte cambiato segno. Perché il plot che si dipana da settimane, mesi, sotto i nostri occhi è una trama che non ha nulla da invidiare ad House of Cards, dove al malefico genio di Frank Underwood come deus ex machina nel determinare gli eventi si sono sostituiti in un rapido vorticare di ruoli ora il caso, ora un’india venuta dal profondo dell’Amazzonia, ora un corrotto ex direttore della Petrobras, e tanti altri ancora, in un’altalena che è al tempo stesso causa ed effetto delle inquietudini di un paese che vive questo momento storico come in apnea, sospeso tra la volontà di riprendere il cammino della crescita che negli ultimi 15-20 anni ne ha cambiato il volto economico e sociale, e il timore di restare inchiodato alla stagnazione degli ultimi due anni.

È stata una campagna lunga, iniziata il 29 ottobre 2012, l’indomani delle elezioni di midterm, che giungevano all’apice del ciclo di Lula, il leader carismatico del Partido dos Trabalhadores, presidente in carica dal 2003 al 2010 che aveva issato alla presidenza la sua pupilla Dilma Rousseff. Quel giorno l'ex sindacalista, con la riconquista del municipio di San Paolo ad opera di un altro suo protegé, Fernando Haddad, appariva il padrone incontrastato della politica brasiliana. Haddad aveva sconfitto infatti José Serra, storico antagonista di Lula, cavallo di razza del PSDB di Fernando Henrique Cardoso, ponendo uno stop che in quel momento appariva definitivo alla traiettoria politica del figlio di commercianti calabresi, il self made man più volte sfuggito ai sicari della dittatura, la prima volta nel 1964 in Brasile, la seconda nel 1973 in Cile, dove era riparato.

Pochi mesi dopo, le proteste in occasione della Confederations’ Cup del giugno 2013 mandarono in frantumi in mondovisione l’immagine idilliaca che il Brasile aveva pazientemente costruito di sé negli anni precedenti, con la più imponente operazione di marketing territoriale che la storia ricordi. Mentre commentatori superficiali si affrettavano a dichiarare la fine del sogno brasiliano, quello che in realtà accadeva era l’espressione di ansie e timori di ceti beneficiati dalla crescita del ciclo di Lula ma che iniziavano a scontrarsi con l’incertezza di un futuro che non appariva più solo rose e fiori.

Cominciava un difficile cammino a vista per Dilma, fino a quel momento accreditata di indici di gradimento record, che iniziava a guardare alla Coppa del Mondo con crescente preoccupazione, perché – tra annunci di ritardi incolmabili nel completamento di stadi e infrastrutture e voci della possibilità di trasferire l’evento altrove – “bucare” un appuntamento di quella portata pochi mesi prima delle elezioni avrebbe avuto conseguenze disastrose sulle sue speranze di rielezione.

Siamo all’altro ieri, il Mondiale brasiliano – tolta la debacle della Seleção – è stato un grande successo, e sulle ali di questo la campagna elettorale viaggiava su binari preannunciati. Dilma avanti con tranquillità, il candidato del PSDB Aécio Neves nel ruolo di sfidante, Eduardo Campos del PSB in quello di terzo incomodo, una pletora di candidati di contorno (l’omofobico, il pastore evangelico, la candidata di estrema sinistra e il verde) ad aggiungere quel tocco pittoresco che non manca mai nelle elezioni brasiliane.

Improvvisamente il 13 agosto lo shock, l’aereo di Eduardo Campos precipita a Santos, spegnendo con la vita del candidato e dei suoi sei compagni di sventura un interessante progetto politico, mirante a rompere la polarizzazione PT-PSDB, che da vent’anni caratterizza la politica brasiliana. Un progetto che però non era riuscito a imporsi, e volava basso nei sondaggi, che davano a Campos un 8% dei consensi.

Entrava così in scena -  quale candidata del PSB – Marina Silva, l’erede di Chico Mendes, una biografia leggendaria, infanzia nella foresta amazzonica, analfabeta fino a 16 anni poi docente universitaria e a 36 anni più giovane senatrice della storia brasiliana, ministro dell’ambiente con Lula, poi uscita dal suo PT in polemica con le politiche di sviluppo proprio di Dilma Rousseff. L’effetto era uno tsunami, in pochi giorni – già a fine agosto – i rapporti di forza erano stravolti, Marina avanti, Dilma a inseguire, Aécio al palo. Quando il 27 agosto l’istituto di statistica annuncia che il Brasile è in recessione il destino della presidente in carica sembra segnato.

Ma le macchine politico-elettorali in Brasile sono estremamente complesse, ci mettono settimane a carburare, ma quando entrano a pieno regime (nell’ultimo mese di campagna) fanno la differenza. PT e PSDB sono capillarmente presenti in ogni angolo dell’immenso paese continente, lentamente stritolano l’outsider Marina Silva, che a sorpresa nel primo turno del 5 ottobre è fuori dal ballottaggio, che sarà l’ennesima (la sesta dal 1994) riedizione del duello PT-PSDB.

Intanto è esploso uno scandalo per corruzione in seno alla Petrobras, l’ente petrolifero di stato, l’ex direttore Paulo Roberto Costa, nominato dal governo a guida PT, è in carcere e ha scelto la “delação premiada”, di parlare in cambio di sconti di pena. Il risultato è devastante per il partito di Dilma, già messo a dura prova negli anni scorsi dalla vicenda del “mensalão”, che ha portato in carcere a fine 2013 José Genoino e José Dirceu, storici esponenti del partito e protagonisti della lotta contro la dittatura.

I dibattiti tra i candidati sono sfide all’OK Corral, i toni sono durissimi, le rivelazioni di Costa escono (evidentemente pilotate) con il contagocce, il risultato è che Aécio passa in testa nei sondaggi che ormai a cadenza bisettimanale scandiscono l’avvicinarsi del 26 ottobre, data del secondo turno.

Ma Dilma ha in mano le leve del governo, dalla sua parte Lula, ancora immensamente popolare nel Nordest del paese – che batte palmo a palmo – e tra i ceti più bassi. Il paese è spaccato in due, i più ricchi con il PSDB di Aécio Neves, che con Geraldo Alckmin ha riconquistato al primo turno il governo di San Paolo, di gran lunga lo stato più ricco (produce un terzo del PIL) e più popoloso (quasi una quarto dei brasiliani vivono là) della federazione; i più poveri con il PT e Dilma. Qui sta il paradosso di questa elezione, il Brasile ha bisogno tanto delle politiche inclusive del PT, per ridurre ulteriormente la disuguaglianza, calata molto negli ultimi anni ma ancora troppo alta, tanto di quelle business friendly di Aécio, perché il motore della crescita è da troppo tempo ingolfato.

Il saggista Elio Gaspari, autore della storia più completa della dittatura ha inquadrato meglio di chiunque altro il significato di questa elezione, “è un plebiscito sul PT” ha scritto l'altro ieri nel suo editoriale sulla Folha de São Paulo. E sul filo di lana sembra destinata a prevalere Dilma Rousseff, la tecnocrate di ferro, forgiatasi alla lotta politica giovanissima, arrestata dalla dittatura, torturata e poi imprigionata per tre anni nel carcere paulista di Tiradentes, oggi demolito, è stato conservato solo il portone di ingresso, tutelato dalla sovrintendenza proprio in memoria dei tanti brasiliani là torturati solo perché lottavano per la libertà. Gli ultimi sondaggi vedono infatti l’ultimo colpo di scena, domenica Dilma è avanti di poco, poi in pochi giorni il suo vantaggio si consolida, secondo gli ultimi sondaggi Datafolha e Ibope ha tra 6 e 8 punti di vantaggio, “a eleição virou” cantano i suoi sostenitori nelle ultime manifestazioni.

Ma stasera c’è l’ultimo confronto tv, dagli schermi di Rede Globo, i mesi scorsi ci hanno insegnato a non dare niente per scontato in questa elezione, e al primo turno i sondaggi hanno clamorosamente steccato, sottostimando Aécio di 8 punti, anche se Dilma è avanti tutto può ancora succedere.

Lo sapremo tra una manciata di ore, i seggi chiudono alle 17, grazie al sistema di voto elettronico entro le 20 di domenica a San Paolo lo sconfitto telefonerà al vincitore augurandogli buon lavoro, entro le 23 in Italia sapremo se il Brasile conferma la fiducia a chi l’ha guidata negli ultimi dodici anni o sceglie invece di voltare pagina.

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