Diego Corrado
Avenida Brasil
28 Ottobre Ott 2014 1455 28 ottobre 2014

Il Brasile sceglie Dilma, coração valente

E così alla fine Dilma Rousseff ce l’ha fatta.

La guerrigliera diventata tecnocrate, eletta nel 2010 sotto la protezione del suo predecessore e mentore Luiz Inacio Lula da Silva, celebre per la retorica fredda e cerebrale, è passata per un processo di ricostruzione, è divenuta Dilma, coração valente, cuore coraggioso, e da sola sfoderando gli artigli si è ripresa il Brasile che sembrava destinato a sfuggirgli di mano.

Un processo costruito a tavolino dai suoi marqueteiros, gli spin doctor, in primis João Santana, ma poi eseguito alla perfezione dalla protagonista, che quale sua immagine ha scelto una foto stilizzata di quando da ragazza lottava contro la dittatura, un simbolo che gli è servito parecchio contro Aécio Neves, cui lei e Lula sono riusciti ad attaccare lo stereotipo del viziato figlio di papà, che faceva la bella vita a Rio mentre lei veniva torturata nel carcere Tiradentes di San Paolo.

Il Partido dos Trabalhadores conquista il quarto mandato consecutivo, ma col margine più stretto di sempre. Il partito del suo avversario Neves, il PSDB, è maggioritario negli stati più ricchi della federazione, in particolare San Paolo, dove il governatore Geraldo Alckmin emerge come il nuovo uomo forte dell'opposizione. Dilma Rousseff avrà vita difficile, ma ha vinto contro tutto e tutti: una situazione economica molto complicata, l'opposizione unita come mai era successo (con l’esplicito endorsement di Marina Silva al suo rivale), rivelazioni di scandali nelle ore decisive della campagna. Tocca di nuovo a lei, che si è tra l'altro affrancata dall'ombra di Lula, che al tempo stesso continua ad essere - oggi, anche se 4 anni sono un'eternità in politica - il più probabile candidato del suo partito nel 2018.

Tutti oggi sottolineano la traiettoria discendente nel consenso del PT , dal 61,2 con cui Lula fu eletto nel 2002 al 51,6 con cui Dilma è stata confermata domenica, una erosione cospicua e costante. Ma se andiamo a vedere erano eccezionali i margini di cui godeva Lula, frutto della sua immensa popolarità, che peraltro non gli aveva risparmiato tre sconfitte, tra il 1989 e il 1998, delle contingenze in cui il paese andava al voto in quegli anni e del gioco delle alleanze politiche del momento.

Paradossalmente, il messaggio che gli elettori hanno inviato a Dilma chiarisce la sua missione e ne rafforza la posizione verso l’eterogenea alleanza che l’ha sostenuta, frutto del peculiare “presidenzialismo di coalizione” determinato dalla costituzione brasiliana. Come abbiamo già scritto in questo blog il Brasile del 2014 ha bisogno sia di politiche redistributive, che costituiscono il marchio di fabbrica del suo PT, che negli ultimi 12 anni ha consentito a 40 milioni di persone di uscire dalla povertà; sia di politiche per la crescita, che rivitalizzino un’economia che cresce a tassi da vecchia Europa, e che dovrebbe invece correre come fanno i suoi competitor, le economie emergenti di America Latina e sudest asiatico.

Sarà più facile per Dilma far capire ai suoi ministri che i brasiliani hanno chiesto chiaramente un mix delle due piattaforme, che non basta più guardare solo alle aree più depresse, quelle del Nordest, che pure sono cresciute a ritmi cinesi nello scorso decennio. È necessario rivolgere pari attenzioni al Sudest, che ha massicciamente voltato le spalle al governo, a cominciare da San Paolo, che ha rieletto governatore Geraldo Alckmin al primo turno con un margine amplissimo e dove poi Aécio Neves al secondo turno è risultato il candidato più votato di sempre.

Il secondo mandato inizia con una priorità ben precisa, riavvicinare i due paesi che spesso convivono, indifferenti l’uno all’altro, entro gli stessi confini. Quindi continuità nelle politiche sociali, ma più attenzione ai mercati, che – come del resto era prevedibile – puntavano su Aécio e lunedì hanno salutato con un tonfo l’affermazione della candidata del Partido dos Trabalhadores. Se saprà fare questo, Dilma Rousseff potrà assicurarsi un posto nella storia del suo paese, garantendogli un’affermazione definitiva tra i grandi del mondo.

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