Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
29 Ottobre Ott 2014 1044 29 ottobre 2014

18 diviso 1. Le mansioni di un leader nell'era post organizzata.

Riecco Matteo Laurenti, che torna sul tema lavoro a partire dalla Biella dei Sella. Grazie a Matteo!

“Ammetto la libertà delle coalizioni e quindi anche quella degli scioperi. La fissazione del salario è

per me un contratto come un altro. Se il fabbricante e l'operaio si accordano sul prezzo bene, se no

si lasciano. E vorrei che il Governo non ingerisse negli scioperi, purché non si eserciti violenza”.

                                                    (Quintino Sella; [in] Società operaie del Biellese, 16 ottobre 1868)

“Nel biellese, la rivoluzione industriale che in Inghilterra avvenne al principio del secolo, è cosa

recente. Solo da una ventina d'anni si è compiuta la progressiva trasformazione del telaio a mano al

telaio meccanico (…) Non si è potuto d'un tratto indurre gli operai, che tessevano  a casa loro,

aiutati dall'intera famiglia, con orari irregolari, giornate assolutamente intense e prolungati ozi

domenicali e lunediani, a venir alla fabbrica all'ora fissa, tutti i giorni della settimana.

                                                                     (corrispondenze di Luigi Einaudi su Biella nel 1897;

                                                                      Luigi Spina, Rinaldo Rigola: l'onorevole operaio, 2009)

“Quindi lascia perdere i salotti coi talenti e le baldracche, vieni all’ombra dei cipressi, dona amore,

al pomeriggio a chi sospende la sua vita tra le urne amiche del monumentale, di realtà e d’irreale,

vieni a fartene un’idea”.

                                                                                        (Monumentale; Baustelle, Fantasma, 2013)

Noi meritiamo un posto, una posizione, un'occupazione, un valore retribuito proporzionale al nostro dovere di esseri umani con diritti che anticipano la nostra stessa giustificazione a vivere dislocatamente da quello che facciamo per meritarci la nostra esistenza? Perché laici o credenti, per vivere dobbiamo lavorare. E' un'etica legata alla nostra libertà.  Perché nel lavoro invochiamo tutti un effetto chiamato realizzazione, susseguente alla causa della nostra reificazione. Il merito dell'occupazione è da sempre determinato come moderno baricentro del tempo produttivo attivo. Quello della vita terrena. Nei lassi di tempo in cui non produciamo, infatti, sviluppiamo l'inerzia del tempo morto. Non visibile se non con uno sguardo senza cesure fisiologiche. Non prosaico, empiricamente divergente nella sua soggettività e  unicità. Uno sguardo singolare. Guardiamo il mondo con occhi diversi dalla logica che ha mantenuto la nostra specie esistente. Quando noi umani siamo costretti a non lavorare pur vivendo, delocalizziamo il nostro piacere nella contemplazione dell'irrilevante. Facendolo, capiamo l'importanza di quello che siamo in relazione a quello che facciamo. Ci guardiamo da fuori. Come spettatori di eventi probabili e quotidiani, non ascrivibili a notizia. Ad un fatto rilevante. Quello che non fa parte di uno scopo finale, partendo da una motivazione di partenza chiamata idea, racchiude l'esperienza che ci serve per maturare e quindi crescere. Ovviamente quando lo realizziamo dentro di noi. Quando riscopriamo la possibilità di vivere personalmente e non straordinariamente. Diamo forma allo spazio e al tempo, per stabilire una necessità sociale chiamata normalità. Un'esperienza che non esiste in natura. Dobbiamo infatti crearla. Non solo più per sopravvivere ma per vivere. Il lavoro, non rientra nello straordinario. Il lavoro rientra dapprima nell'educazione alla sopravvivenza e poi successivamente, con l'erudizione, al mestiere dell'esistenza. Lavorando, la nostra specie ha potuto realizzarsi compiutamente in diversi scarti evolutivi su una retta progressiva fino ad oggi. Come cristiano, mi accorgo di queste cose alla domenica. Il giorno dopo il sabba. Il primo giorno della settimana dal 321 dC, su editto dell'Imperatore Costantino, il quale, almeno nelle città, invitava gli abitanti a riposare, la Domenica (già Giorno del Sole). Io per esempio, sono nato di domenica. Se fossi ebreo, osservante o meno, dovrei fare attenzione proprio perché essendo la domenica, il primo giorno della Genesi (molti scordano il fatto che è ebrea prima di essere cristiana), proprio nella stesso giorno sono nate la volta celeste ed il buio dell'universo. Prima della domenica non esisteva nulla. Neanche l'universo. Di domenica ogni tanto vado al cimitero. Il monumentale del Santuario di Oropa. Essendo a mezz'ora da Biella, ci vado fin da quando ero piccolo. Soprattutto a piedi.  E ci passo buona parte del giorno. Il primo giorno. Ogni tanto ci porto ancora qualche ragazza e, essendo un cimitero dentro ad un bosco, rimaniamo anche lì per ore. Magari con pic-nic.

Rimango a fissare ancora oggi la tomba della famiglia Sella. Una piramide.  L'unico politico italiano, ministro delle finanze (all'ora del Regno), che è riuscito a portare i nostri forzieri al pareggio di bilancio (1870-'75), è biellese ed è sepolto in una piramide. Proprio la stessa che da bambino pensavo fosse raffigurata anche nella moneta da un dollaro, leggendo fumetti collaborazionisti e di propaganda atlantica pre, durante e post Yalta. Oltre che ovviamente quelle piramidi nelle raffigurazioni architettoniche egiziane o sioniste. O in Stargate. 

[Da bambino mi soffermavo anche sul fatto che Superman, creato nel 1939 da Shuster ebreo canadese, insieme a Siegel, poi alla Disney con le Giovani Marmotte, avesse lo stesso mento asburgico (o mandibola volitiva) di Mussolini. Portandomi ad una confusione estetica in cui l'ultimo fanciullo di Krypton, creato da un ebreo e che si fa tutto l'universo in una culla, avesse lo stesso ritrattista del nostro Duce. Confusione su cui non so se mi sono ancora completamente esaurito]. Di fatto il mondo visto con la lente dell'avaro Quintino Sella è sempre stato un mondo laborioso, taciturno, scontroso e un po' refrattario al vivere senza lavorare. Un po' come lo vedono tutti I biellesi come il sottoscritto. Così come è vero che Q.Sella sarebbe stato un ottimo rabbino.  Un altro biellese, Rinaldo Rigola, socialista (anti)rivoluzionario, cioè riformista, fu determinante all'inizio del secolo scorso a creare la prima forma organizzativa di rappresentanza del lavoro, la CGdL. Ed essendone stato anche il primo Segretario, è per questo che la conseguente CGIL viene ancora considerata assonima a Confederazione Generale del Lavoro, nonostante le quote delle componenti, socialiste (riformiste ma sempre massimaliste) e comuniste siano state sciolte a metà anni '90 (con Prodi e Bertinotti a legiferare. Con quest'ultimo poi nel 2006 a Presidente della Camera che dedicò la sua elezione ad operaie ed operai).  Rinaldo Rigola divenne cieco all'età di 35 anni, dopo un incidente sul lavoro. Morì a 86. Sempre cieco e, accusato dopo l'ultima Guerra, di essere stato talmente riformista da rasentare il fiancheggiamento al corporativismo fascista. La questione di fatto non fu mai chiarita in maniera netta. Di sicuro, fino alla sua morte nel 1954, non praticò più attività politiche legate al lavoro e non. Con Sella e Rigola si percepisce distintamente l'etica legata alla propria libertà, intesa nell'era industriale e quindi rivoluzionaria per definizione, come indipendenza.  La fabbrica come “vita nuova”. Moderna. Disciplinata come l'etica della produzione collettiva  sociale portata dal capitale. Ogni tanto, riflettendo sulla ricerca continua ed estenuante, dell'indeterminatezza applicata al lavoro da parte delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, ritorno ancora in confusione su cosa sto realmente guardando. Dove sono? Da quale posizione devo guardare? Quale deve essere il mio osservatorio? E soprattutto, quali sono i fatti quotidiani e quelli importanti quando mi accorgo che sto guardando la vita di tutta i giorni? Perché se guardo la gente che lavora, non so più cosa sto guardando. Se poi ci aggiungo la gente che sciopera per poter lavorare nell'indeterminato mi viene mal di testa.  Perché certo l'indeterminato porta una sicurezza, avvalorata da un'etica di liberazione permanente nella nostra Storia (non certo di libertà nel poterla interpretare), che induce noi umani a giustificare serenamente e giuridicamente la nostra esistenza in una società plurale. Però gli stessi ricercatore dell'indeterminabile si considerano degli eretici nella contemporaneità non più singolare. Perché plurale ed eguale vanno in conflitto. Si scontrano.  Però è anche vero che chi organizza la determinazione del lavoro in uno spazio tempo in cui tutto è visibile ed eternamente presente, fuori dalla Storia, condiziona a ribasso la possibilità di chi lavora, l'essere umano, nella sua realizzazione di poter compiere il suo destino ed il suo dovere. Non deve essere facile organizzare la spontaneità alla partecipazione nella società per chi sostiene l'indeterminato esistente nell'etica del lavoro. E non è facile neanche per i deterministi flessibili al capitale convincere se stessi che stanno lavorando. O che stanno organizzando una società organizzata per questa era. Anche perché i diritti del lavoro sono garantiti sempre da due punti di vista.  Chi costruisce la piramide.  E chi ci vive dentro.

Del resto, 18 diviso 1, fa sempre 18.

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