Giulia Valsecchi
Cineteatrora
3 Novembre Nov 2014 1009 03 novembre 2014

Fermate gli orologi: vizi d'arte e dittatura

La memoria di un poeta tende quasi sempre a sgretolarsi sotto le grinfie della vita che incalza opponendole fatti di guerra e pace. Probabilmente, non esiste figura più scomoda e sinistra di chi scrive e assume condotte controverse, si espone con attitudini sessuali non conformi al giudizio dominante o dichiara attraverso una poetica alta le storture più meschine delle relazioni. In parallelo, la vocazione epidemica del dittatore sanguinario getta scompiglio nella quadratura apparentemente perfetta della storia, dove le disuguaglianze vengono teorizzate e abolite con lo sterminio.

A quell’orrore perpetuo e senza speranza di catarsi, alla segregazione naturale del poeta inviso, una visione scenica sa contrapporre strumenti agili e pungenti quali ironia e mascheramento, la scatola cinese della metateatralità e il tulle della quarta parete. Espedienti, cornici di avvolgimento di un nastro che non è mai l’ultimo, ma contagia lo spettatore dalle radici stesse della presa diretta di cui ogni drammaturgia si fa portavoce.

In questo disegno, la scrittura magistrale di Alan Bennett ne Il vizio dell’arte punta all’incrocio dei destini del poeta Wystan Hugh Auden e del compositore Benjamin Britten, avventandosi impietosa sulle faccende in bilico tra i retroscena e le dinamiche asfittiche della preparazione di uno spettacolo a loro dedicato. Il pretesto di una messinscena, non casualmente intitolata Il giorno di Calibano, nel mezzo di battibecchi e capricci dell’ego messi a nudo sfodera l’incontro impossibile tra il poeta e il musicista, ne riannoda i fili di una presunta amicizia intima, scorpora le distanze tra i disordini sessuali e fisiologici dell’uno e l’addomesticamento forzato dell’omosessualità dell’altro invocando un principio di grandezza mai mostrato.

Alle rimostranze di ogni attore svilito o presunto tale si accompagnano perciò le coscienze morbose di un ingranaggio drammatico, dove al disprezzo per il poeta incapace d’azione fa eco la carica degli uno, nessuno, centomila personaggi in scena o semplici abitanti della propria storia nell’involucro di una debolezza inevitabile da accudire. Attori come bambini, si ripete, vanità degli uomini come prolusione alle prove e innocenza tradita del simbolo Calibano.

Nel segno libero proposto da Ferdinando Bruni nei panni dell’attore interprete di Auden c’è la doppia guaina dell’essere e non essere, il vizio di una vita al servizio dell’arte che la riproduce. Così il garbo sofferto di Britten, ruolo che spetta a Elio De Capitani nella parte dell’attore veterano e omosessuale nutrito di battute al vetriolo, si anima dell’altro lato della medaglia. Amarezza che sta per esperienza contro un fiume di versi intoccabili, ma partoriti dal vizio insanabile. Un’altalena in perfetta sospensione tra terra e aria, com’è da sempre la scrittura di Bennett imbevuta della natura degli uomini e dei loro artifici al soldo di ipocrisie e paure.

A questo ritratto si avvita senza alcuna prudenza la scossa dell’altra faccia dritta al tiranno che si ripiega sulle proprie fissazioni e sul dialogo futile, per un crescendo di immagini e vuoti di umanità. In Magda e lo spavento - terzo atto di Innamorate dello spavento, progetto drammaturgico di Massimo Sgorbani sulle donne del Führer - compare per la prima volta il fautore dell’epurazione razziale da dietro una pellicola di tulle e inscritto in un ovale di luce accanto a Magda Goebbels. Il connubio delle loro passioni segrete per i cartoons e le dietrologie infinite, sovrapposte ai personaggi delle fiabe, fanno scaturire il male reciproco sul ritmo del tip tap fanciullesco di Magda. La lievità forzata di una giornata di sole o pioggia in cui la precisione degli sconfinamenti discorsivi da Mickey Mouse a Duffy Duck si aggancia a quel che è stato degli stermini nazisti, prende allora carne e sangue di pensiero sulle inferiorità e subumanità da neutralizzare.

Impeccabili le stratificazioni di Milutin Dapcevic e Federica Fracassi a renderne la devianza inquietante attraverso l’indagine delle trame di Disney, richiamando gli altri due atti dello spavento prima con Blondie, il cane di Hitler, e poi con Eva Braun, sua compagna, entrambi per voce, spirito e corpo totalizzanti di Fracassi. Così anche Magda prende ad ansimare come Blondie affamata del suo padrone, ma si ritrae al pensiero del siero letale dato ai propri figli confusi dal Führer coi nani di Biancaneve.

Simpatia mai disgiunta dal disprezzo, si dichiara a un certo punto, nella ripetizione continua di concetti nefasti di cui la scena intaglia la violenza inaudita e nascosta sotto l’abilità giocoliera che lancia e ritrae.

Se dunque dal vizio di un backstage si smarcano le avidità e insolenze di un gruppo d’attori sedati dalla pazienza di un’assistente e dalla consapevolezza che il teatro si fa con la miscela debole degli uomini allo specchio, anche la vicenda del secolo breve straziato dal genocidio e dai discorsi che accomunano le razze alle colonie di topi da disinfestare è segnata dalla natura scenica in cui il vizio è tramutato in oscenità omicida. Natura in cui i comportamenti innati vengono a galla dietro sembianze mascherate.

Fino al 16 novembre – Teatro Elfo Puccini Milano

IL VIZIO DELL’ARTE

di Alan Bennett

traduzione di Ferdinando Bruni

uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

costumi di Saverio Assumma

musiche dal vivo Matteo de Mojana

con Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Ida Marinelli, Umberto Petranca, Alessandro Bruni Ocaña, Michele Radice, Vincenzo Zampa, Matteo de Mojana

voce registrata di Giorgio Gaddi
sassofono di Luigi Napolitano

produzione Teatro dell’Elfo
con il Patrocinio di Regione Lombardia
si ringrazia la rassegna Garofano verde

Fino al 1 dicembre 2014 – Teatro i Milano

MAGDA E LO SPAVENTO

dalla trilogia Innamorate dello spavento
di Massimo Sgorbani
con Milutin Dapcevic e Federica Fracassi
regia di Renzo Martinelli
dramaturg Francesca Garolla
suono Fabio Cinicola
luci Mattia De Pace

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