Stefano Grazioli
Gorky Park
3 Novembre Nov 2014 1913 03 novembre 2014

L'Ucraina sull'orlo del baratro

Dopo i referendum di maggio, sei mesi di guerra, gli accordi di Minsk a settembre e una fragile tregua stabilita con la regia di Petro Poroshenko e Vladimir Putin, le elezioni del 2 novembre nelle repubbliche indipendentiste nel sudest dell’Ucraina allontanano ancor di più il Donbass da Kiev.

Il dialogo tra periferia e centro si è impiantato ancor prima di cominciare e a questo punto il piano di pace voluto dalla Bankova rischia di andare a rotoli. Le elezioni locali in programma per dicembre diventano più incerte, anche perché senza la collaborazione con i due nuovi presidenti a Donetsk e Lugansk, dove si sono tenute ieri elezioni parallele (vedi la nostra cronaca per Askanews), Poroshenko non ha molte alternative.

Nonostante il voto non venga riconosciuto da nessuno, se non simbolicamente dalla Russia – che comunque ha parlato solo le rispetto della volontà dei cittadini del sudest ucraino – le carte sul tavolo sono chiare e Kiev, oltre alla voce grossa, poco può fare. Escludendo ovviamente l’idea di una ripresa in grande stile dell’offensiva delle truppe governative per riconquistare i territori occupati che in questo momento appare un’ipotesi di scuola.

Dopo le elezioni parlamentari del 26 ottobre si attende intanto la formazione del nuovo governo. Le premesse non sono certo incoraggianti, dato che i due maggiori partiti, quello del presidente e quello dell’attuale premier Arsenyi Yatseniuk, non sono ancora riusciti a mettersi d’accordo su chi guiderà la coalizione e su come saranno spartite le poltrone. La questione potrebbe andare avanti per settimane, come accaduto in passato. Dietro il collante europeista il Blocco Poroshenko e il Fronte popolare perseguono strategie diverse, sostenuti da alleati differenti. Dopo la rivoluzione d febbraio gli schemi oligarchici nel Paese sono rimasti gli stessi, con la sola differenza che il clan dell’ex capo di stato Victor Yanukovich è stato messo fuori dai giochi. Sul tavolo continuano però a muovere le loro pedine i soliti noti, da Rinat Akhmetov a Igor Kolomoisky, in un contesto politico ed economico molto fragile.

Nonostante sia arrivato in extremis un accordo sul gas con la Russia – provvisorio e che lascia solo l’inverno di pausa – l’Ucraina naviga in acque pericolose ed è tenuta a galla solo dagli aiuti della comunità internazionale. Le previsioni per la chiusura dell’anno sono catastrofiche e le speranze di ripresa sono legate agli sviluppi della situazione nel Donbas. Il fatto che la parte economica dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea entrerà in vigore di fatto solo nel 2016 è indicativo di come le condizioni del Paese siano peggiorate, oltre al paradossale fatto che il posticipo che aveva chiesto anche Yanukovich, dopo che l’intesa era già stata parafata nel marzo 2012, è stato ora accordato per forza di cose a Poroshenko.

Nonostante il quadro sia poco roseo e il futuro incerto, legato sia alla situazione sul terreno tra Kiev e il Donbass, ma anche agli equilibri interazionali che coinvolgono Mosca, Bruxelles e Washington, l’Ucraina rimane, forse proprio per questo, un paese interessante per gli investitori che possono sopportare gradi di rischio medio-alto. Nella classifica del Doing Business del 2014-2015 Kiev segna un’ascesa di 16 posizioni (dalla 112esima alla 96esima). L’Italia in confronto ne ha perse 4 (dalla 56esima alla 52esima).

Per altri approfondimenti sulla crisi Ucraina: RASSEGNA EST

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