Raja Elfani
Gloβ
8 Novembre Nov 2014 1809 08 novembre 2014

Interstellar: l'amore più forte della scienza

Un sequel di 2001 l’Odissea? Chi potrebbe osare se non Chris Nolan il più ambizioso dei registi di Hollywood?

Ma chiamarlo sequel non è proprio corretto, l’ultimo film di Nolan è un colossal spaziale che ammicca educatamente a Kubrick il maestro dell’assoluto, e non vuole esattamente competere.

Kubrick aveva risolto tutto con la metafisica scegliendo, laddove finisce la conoscenza, di figurare l'assoluto magistralmente. Nolan, che nel 2001 ci vive e sente questo futuro imminente, tenta invece una risposta, pragmatica e prosaica, di che far infuriare la critica assetata di mistero come i fedeli s’inebriano di sermoni.

In Interstellar l’iconico monolite di 2001 diventa un robot scomponibile - eresia! - e l’angosciante follia di HAL-9000 torna ad essere maledettamente umana nel personaggio più subdolo e vigliacco del film impersonato da un sempre perfetto Matt Damon che dirotta la missione Lazarus.

Prosaico e pragmatico dunque: nell'universo di Nolan niente, nemmeno la scienza, è sovrastante. E quando McConaughey apre un paradosso spaziotemporale lo richiude senza lasciare scorie, neanche mentali. Altro che sostenibilità.

Un regista che ridimensiona, semplifica, forse anche troppo.Però quanto è apprezzabile e lenitiva questa primordialità, questo ritorno all'essenziale, in una società in tutti i sensi addicted: alla tecnologia, alle sovrapposizioni e agli amalgami più kitsch. Una società continuamente alla ricerca di nuovi Dei, anche tascabili.

È con lo stesso processo di semplificazione che Nolanè riuscito a umanizzare Batman, rendendo un improbabile personaggio da fumetti decisamente più realistico, facendone un leader, una guida, figura oggi estinta ma quanto necessaria.

In Interstellar invece niente più protagonismi, soltanto competenze e intuizioni, senso della continuità, spirito di squadra. E a salvare l’umanità non sarà la scienza ma l’amore: ancora una semplificazione ed è quello che non gli perdona la critica.

Se è letto come endottrinamento cristiano, l’amore-salverà-il-mondo è imbarazzante. Forse è il momento di leggerlo in chiave razionale. E Nolan ci prova, ecco la sua proposta:

E' l’amore ad essere la vera cifra scientifica di Interstellar. L’amore non nel suo aspetto sentimentale, riproduttivo o religioso ma in quello puramente funzionale. L’amore, sul quale poggiano vocazioni, desideri, progetti intergenerazionali e grandi traguardi, potrebbe essere un valore esatto o l’unica certezza.

E' a questo punto che sorge la domanda imbarazzante ma coraggiosa del film:perché non usare il cuore,le ragioni del cuore, come dato scientifico? Incappati in un dilemma e a corto di benzina, la Hathaway tenta di convincere l’equipaggio di scegliere il pianeta dove, in una missione spaziale precedente, era atterrato l’uomo che ama.

Purtroppo, travolto dai buchi neri e immerso in una dimensione umanamente inconcepibile, l’equipaggio giudica l'amore della Hathaway un dato inattendibile anche quando come bussola non resta che questo, e sceglie l’altro pianeta cadendo inesorabilmente nella trappola di un povero Schettino intergalattico.

Morale della favola: in tutti noi è troppo radicata l’abitudine di concepire l’amore come fatto privato personale e soggettivo.

Alla fine del film un ricordo, un semplice orologio regalato da un padre alla figlia e conservato con la tenacia che solo l’amore garantisce, diventa l’unico appiglio concreto nel più complesso degli iperspazi.

E se l’amore fosse l’ultima frontiera dell’intelligenza non artificiale? Una forza innata e naturale che da più di un secolo viene deformata dall’industria del sogno, da Hollywood alla Mulino Bianco.

Per spogliare l'amore da tutte queste sovrastrutture, per scardinare i nostri retaggi culturali, certo non basterà questo film, con quegli attori e troppe bandiere americane, ma Nolan e tutti quelli come Nolan ci devono riprovare.

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