Daniele Marini
Palomar
17 Novembre Nov 2014 0812 17 novembre 2014

Italiani in cerca di futuro

Guardiamo al futuro prossimo con un discreto ottimismo, ma soprattutto con un atteggiamento attendista. Tipico di chi ha patito difficoltà e guarda con distacco (se non disillusione) a ciò che potrà accadere. La crisi, infatti, non ha ancora smesso di fare sentire i suoi morsi e ha intaccato la dimensione fondamentale per progettare il proprio domani: il lavoro. Coinvolgendo gli adulti, ma soprattutto le giovani generazioni. Limitando le prospettive sul futuro. Così, si continua a navigare a vista e si vive nell’incertezza di quando la situazione economica si potrà stabilizzare. È il sentimento generale degli italiani che emerge dall’ultima indagine di Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Potrebbe essere diversamente, dopo che sono trascorsi oltre 6 anni dall’avvio conclamato della crisi economica? Dopo che, nel frattempo, abbiamo sperimentato in rapida successione 4 esecutivi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi)? Dopo che la disoccupazione è cresciuta a ritmi elevati e investito una parte consistente delle giovani generazioni, facendo diventare il lavoro (e con esso il senso del futuro) la preoccupazione maggiore degli italiani? Evidentemente no, non potrebbe essere altrimenti. E questo anche a dispetto dei piccoli segnali recenti che hanno messo in luce qualche positività. Il numero degli occupati che – per il momento – ha conosciuto un lieve miglioramento. Il novero delle persone che hanno ricominciato a cercare attivamente un’occupazione. Le banche che segnalano una ripresa dei risparmi delle famiglie, ma che rimangono giacenti. Indicatori oggettivamente positivi, ma soggettivamente ancora non in grado di influenzare gli orientamenti. Perché la percezione determina la realtà. E ciò spiega – com’era plausibile ipotizzare – come mai gli 80 euro non sono finiti nei consumi, ma nei risparmi, in attesa di tempi più certi e migliori. Lo si può comprendere meglio se consideriamo come gli italiani percepiscono le loro condizioni economiche. Rispetto a tre anni fa, in generale, una leggera maggioranza (53,4%) ritiene che il proprio bilancio economico familiare sia rimasto sostanzialmente stabile. Fra questi, soltanto meno di un decimo (8,7%) l’ha visto aumentare. Per il 46,6%, invece, il reddito mensile disponibile in famiglia è diminuito. Dunque, le risorse economiche disponibili per gli italiani quando è andata bene sono rimaste invariate e per una parte assai consistente sono andate peggiorando. Di sicuro, non abbiamo conosciuto alcuna mobilità economica, e quindi sociale, ascendente. I più penalizzati da questa situazione sono le donne, i 50-60enni, chi possiede un basso livello di studio e le persone ai margini del mercato del lavoro (disoccupati, pensionati e casalinghe). Se queste sono le condizioni economiche oggi, rispetto a tre anni fa, quali sono le prospettive? Quando si prevede si uscirà da questa crisi? L’incertezza è l’elemento dominante. Complessivamente, tre interpellati su quattro (75,1%) ritengono si dovrà aspettare almeno 1 anno e mezzo prima di uscire dalle difficoltà e fra questi ben il 68,2% vede la fine del tunnel oltre l’anno e mezzo. Pochi (10,2%) immaginano si debba aspettare al più solo 1 anno prima di conoscere prospettive migliori e una quota marginale (2,2%) intravede già segni di ripresa. Se a chi rinvia ad almeno 1 anno e mezzo l’attesa di un miglioramento aggiungiamo quanti non se la sentono di fare previsioni (12,5%) otteniamo che quasi i 9 decimi della popolazione vive nel day by day, privi di un orizzonte temporale definito: si naviga a vista, in assenza di una direzione precisa. L’aspetto preoccupante è che questa indeterminatezza sul futuro sembra innervare in misura maggiore le prospettive economiche personali e familiari, più ancora di quelle del territorio in cui si vive, piuttosto che dell’Italia o dell’Europa. A immaginare che nel futuro prossimo la situazione economica conoscerà un miglioramento per il proprio nucleo familiare è, in media, il 42,1% degli italiani. Analogamente, il 61,1% fra gli intervistati ritiene che ciò accadrà per l’area di residenza, il 62,5% per l’Italia e il 46,3% per l’intera Europa. Dunque, si pensa (o si auspica) che l’economia del paese e dell’Italia possa riprendersi, ma si medita che le proprie condizioni faranno più fatica a risollevarsi. Una conferma indiretta a questa difficoltà a sognare un futuro positivo viene dal recente Prosperity Index 2014 (Legatum Institute) che mette a confronto 142 Paesi sull’idea di sviluppo futuro: l’Italia si colloca al 37° posto, perdendo 5 posizioni rispetto al 2013.

Per provare a offrire una misura di sintesi, abbiamo creato un indicatore di fiducia sul futuro, sommando le prospettive di crescita economica per i diversi ambiti. Ne scaturiscono quattro profili prevalenti. Gli “ottimisti” sono un terzo degli interpellati (34,3%) e annoverano chi, per tutte le dimensioni, ipotizza percorsi di miglioramento economico e, in proporzione, comprendono quanti sono oggi più in difficoltà (operai), i sessantenni o hanno avuto una diminuzione di reddito rispetto agli anni precedenti. Quindi, un ottimismo dettato dalla speranza. Il gruppo più cospicuo, però, è degli “attendisti” (39,2%) ovvero di quanti oscillano attorno a una condizione di stabilità o di leggero miglioramento. Il terzo gruppo è di “preoccupati” (21,7%) e comprendono quelli che hanno una visione tendenzialmente pessimista per le condizioni economiche future, idea particolarmente diffusa fra le giovani generazioni e chi ha un titolo di studio elevato. Infine, troviamo i “pessimisti” (4,8%), nucleo marginale che prevede un sostanziale declino generalizzato.

Fiducia e senso di un futuro possibile sono il motore dello sviluppo. Ma questi lunghi anni di difficoltà hanno intaccato l’aspettativa di realizzare un miglioramento per sé e per i propri familiari. Come se negli italiani si fosse incrinata la proverbiale capacità di adattamento alle difficoltà. E, in questa lunga traversata, avessero tirato un po’ i remi in barca.

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