I gessetti di Sylos
26 Novembre Nov 2014 1648 26 novembre 2014

Le citazioni a sproposito

Periodicamente da parte della destra (e dei destri) viene ripescata l’intervista di Luciano Lama del 1978 a Repubblica, allo scopo di dimostrare (si fa per dire) che i dirigenti cgiellini di oggi sarebbero dei retrogradi rispetto al leader di allora.

Da ultimo il ripescaggio è avvenuto a opera di una giornalista de Il Foglio (Annalisa Chirico) la quale, a sua volta, si è fatta forte di una citazione via twitter di Fabrizio Rondolino, ex consigliere di D’Alema (pensate un po’ che bella compagnia compongono costoro).

In quella intervista Lama sosteneva alcune tesi effettivamente importanti e rivoluzionarie per l’atmosfera sociale e sindacale di allora. In particolare erano due i principali concetti espressi: il salario, come del resto il profitto, non può essere una variabile indipendente, inoltre non si può imporre a un’azienda in crisi il mantenimento dei livelli occupazionali.

Il riprendere oggi quelle considerazioni è fuori luogo innanzi tutto perché è diverso il contesto. Negli anni settanta l’atmosfera sociale era quella ancora “calda” seguita al 1969. Il pendolo della storia sociale del paese era sul lato sinistro, dopo essere stato per decenni sul lato destro. Inoltre le cause della crisi erano opposte a quelle di oggi. Allora la congiuntura negativa proveniva dal lato dei costi, a seguito delle due crisi petrolifere, oggi la crisi viene dal lato della domanda.

Ma quello che la rende soprattutto inattuale è il fatto che le prediche di Lama hanno già trovato piena attuazione, quindi non si capisce di cosa si stia cianciando.

Che il salario non sia una variabile indipendente i lavoratori lo hanno appreso fin troppo bene, anzi è diventato talmente “dipendente” che il suo livello è deciso ad libitum dal datore di lavoro (con il beneplacito legislativo dell’autorità pubblica). Dagli anni ottanta in poi è rimasto invece molto indipendente il livello dei profitti, che è cresciuto a dismisura senza alcuna regola economica che lo giustificasse, ma solo a seguito della mutazione del contesto politico.

Che le aziende in crisi possono licenziare è stato stabilito con la legge n. 223 del 1991 che regolamenta i licenziamenti collettivi.

Quindi la predica di Lama ha avuto piena attuazione. Oltre tutto delle due l’una: o le raccomandazioni di Lama sono state già accolte nell’ordinamento italiano, o non hanno trovato seguito, tanto da chiederne l’attuazione ancora oggi, e allora anche Lama, che ha lasciato la segreteria Cgil nel 1986, era solo un parolaio e quindi non si capisce perché ora la destra lo voglia santificare.

Queste perorazioni dimostrano ancora una volta che la destra neoliberista fa fatica a vedere (o non lo vuol vedere?) le vere cause dell'attuale crisi, e gli stessi commentatori e politici vari, hanno già dimenticato le prediche che fecero nel 2007 e 2008, quando tutti addebitavano il tracollo all’egoismo neoliberista, all’assenza di regole, all’umiliazione del lavoro, e cose del genere, per tornare oggi a riproporre quegli stessi valori negativi.

A questo proposito vi voglio riportare un dato rilevato in uno studio svolto congiuntamente dall’Ocse, dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro – segnalatomi dal prof. Andrea Salanti dell’Università di Bergamo, che ringrazio – che riporta il diverso andamento della produttività del lavoro e dei salari a partire dal 1999 (ma il processo era cominciato già da prima): fatti 100 sia il livello dei salari che della produttività del lavoro dei soli paesi avanzati del G20  nel 1999, nel 2007 la produttività era salita a 112,5 mentre i salari si erano fermati a 104,5; nel 2013 la produttività è giunta a 117, i salari a 105. Le cause della crisi sono tutte in questi dati. L’eccesso di profitti che ne è conseguito ha creato eccesso di risparmi che non hanno trovato sbocco negli investimenti, mentre hanno contratto la domanda per consumi, e si sono riversati nella speculazione finanziaria. E la storia sta continuando.

In Italia si continua a dare la colpa all’art. 18. Auguri!

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