Alessandro Paris
Margini
27 Novembre Nov 2014 0927 27 novembre 2014

Precariato scolastico: c'è un giudice in Lussemburgo

I precari sono precari. Nessuno si sogna di chiamarli cittadini, intellettuali disoccupati, funzionari di stato perdenti posto. L’intellettuale è chi scrive i libri, e che può anche permettersi scrupoli di coscienza. L’insegnante precario è un precario e basta: uno scarto, un improduttivo residuo della società tardo industriale. La condizione precaria ancora non ha trovato la qualificazione di classe – e forse non la troverà più, visto che ci stanno martellando sulla scomparsa delle classi -, ma è di fatto l’esperienza fondante della gran parte della generazione dei trenta-cinquantenni attuali. Per quanto attiene al mondo del cosiddetto precariato scolastico, è quasi la normalità. Un ossimoro li caratterizza: stabile precariato. Ogni autunno i telegiornali aprono una parentesi su questi uomini malrasati, su queste donne di mezza età con il viso arrabbiato, che riempiono file, attendono, in mezzo a baraonde di carta, tazebao di protesta, con bambini da allattare, famiglie al seguito, la nonna con il panino ai broccoletti, il padre pensionato della Bristol. Volti tesi, sfiancati da viaggi su treni sporchi e aria condizionata rotta – non certo l’alta velocità della Freccia argento- per raggiungere i provveditorati (oggi CSA) del nord. Ma non solo del nord. Il più grande CSA d’Italia è quello di Roma. Da sola la provincia di Roma ha tante scuole quanto tre quattro regioni medio piccole. Poi c’è Milano, poi Palermo, Napoli. Le aule dove si fanno “le nomine” sono «bunker», non luoghi, muri bianchi screpolati e finestre a bocca di lupo. I precari della scuola uno se li immagina giovani, incazzati, coesi. No: la maggior parte sono di mezza età, impauriti, angosciati, solitari. La condizione precaria è soprattutto ansia. Che prende d’estate, dopo l’ultimo scrutinio. Perché non sai se potrai lavorare di nuovo. Saluti ragazzi e dici: «chissà se ci rivedremo l'anno prossimo». E loro «nooooo proof, dai! Faccia qualcosa, scriva al ministro, Lei è bravo/a». Tu li guardi e un po’ li compatisci, ma presto questo sentimento sarà inglobato in quello relativo alla tua sorte, spalancando l’inferno estivo. L’ansia isola, la paura paralizza. Quando diventa disperazione solo alcuni hanno ancora forza per uscire da se stessi, per mettersi in piazza o davanti ai palazzi del potere per rivendicare. E allora “i precari” si uniscono, secondo un istinto appunto gruppale, o di classe (oh, anacronismo romantico)... Quando vengono intervistati, urlano, come chi non è abituato a essere riconosciuto come autorevole, né ad essere ascoltato. Specchio delle masse liquide, de-democratizzate, viste con compatimento, quando non con boria paternalistica dalle vestali del dogma neo-liberale, del realismo dell'egemonia dei “mercati”.«Che hanno da urlare ? Cosa pretendono? Ma sono questi quelli che dovrebbero insegnare? Non sanno argomentare tranquillamente?». «E poi, cosa vogliono? non vedono che sono dei privilegiati, almeno hanno un posto di lavoro! pretendono anche l'assunzione a vita a spesa dello Stato?»

Ed è inutile controargomenare che la scuola costa, ma che costa di più non averla... I diritti sono diritti "a-vita", per la vita. Questo ci hanno insegnato commentandoci i testi giuridici fondamentali della civiltà liberale, o no?

Argomentare tranquillamente. Gli intellettuali da saggistica midcult - giornalisti o filosofi poco importa - prendono a discettare sulla giusta postura neutrale dell'argomentazione, sulla tonalità emotiva connessa all'”erotica dell'insegnamento”, sulla maturità psico-affettiva che si dovrebbe mantenere nel contesto una società del “tramonto dei padri”. Come i soldati del 15-18, in trincea a prendere pallottole, lei cui lamentele erano tacciate di diserzione e spirito antinazionale, mentre i giornali cantavano le lodi dello stato maggiore che li decimava come monito per tener desto l'orgoglio patriottico contro l'austriaco invasore... 

Raramente, chi è in trincea, riesce a sfoderare l'arma dell'ironia, la sottile battuta non viene in mente a chi è disperato, che ha due figli da mantenere e deve trovare un posto, che ha lavorato 10- 15- 20- 25(si!)  anni nelle scuole, in questi casermoni cadenti e dirupati, tra alunni che ti guardano con compassione per le tue giacchette e la pelata a mezzaluna, i tuoi goffi maglioni anni ’80, le tue ingenue velleità di “educatore civico” per poi ritrovarsi in mezzo a una strada, o – il che è molto peggio – nelle braccia del welfare Family delle famiglie dei genitori ormai ultrasessantenni. A trenta quarant’anni, nel massimo della propria forza intellettuale, ci si ritrova come residui, scarti della società liquida. Perché precarietà e società liquida sono la stessa cosa. Coessenziali. D'altra parte governi e commissioni europee sono duri: sono sempre gli altri che debbono essere flessibili.

E adesso, dopo questa sentenza della Corte europea, che succederà? Sembra innanzitutto che l'Europa sia in contraddizione con se stessa: da una parte la Commissione invita all'austerità e ai tagli, e plaude all'aumento della precarizzazione del lavoro, dall'altra la Corte resuscita istanze del diritto del lavoro pre- 2008. Ma a ben vedere, come suggerisce questo articolo di Roberto Ciccarelli, le prassi dei governi italiani condannate dalla Corte sono ben anteriori alla crisi del 2008. I governi, e la stessa commissione lo sanno benissimo. Non tarderà molto e ce lo faranno notare e insieme a questo rilievo circa la schizofrenia dell'Europa, unito a quello sulle anacronistiche pretese di una enclave di “privilegiati” - i precari della scuola appunto -  che pretenderebbero di sfuggire alla sorte comune degli occupati del pubblico- come del privato - impiego arroccandosi su rivendicazioni da anni 70 (ma anche da Costituzione italiana), si leveranno voci che ribadiranno la sempiterna giustificazione dei giornalisti e poltici midcult: la coperta è corta!. Oppure, la variante della destra termidoriana di ogni tempo: magistrati europei giacobini! Comunisti no, pare che Berlusconi non goda più buona salute elettorale e il Muro sia caduto. Ma se non c'è un giudice a Berlino, pare ce ne sia uno in Lussemburgo. 

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook