Silvia Novelli
Nei panni di una rossa
4 Dicembre Dic 2014 2308 04 dicembre 2014

Dieci strategie di #PersonalBranding


Dieci strategie per definire il proprio Personal Brand

"You can have it all. Just not at once” , disse una volta Oprah Winfrey, una che di Personal Branding se ne intende.

La Shiny Object Syndrome è ampiamente diffusa e la curiosità e la varietà di interessi sono risorse preziose, soprattutto quando si tratta di adattarsi ai cambiamenti o reinventarsi, ma per consolidare i propri risultati è fondamentale fare chiarezza focalizzandoci su ciò che per noi è l’essenziale.

Quindi, se vi chiedete da tempo e con scarsi risultati come crearvi un Personal Brand efficace, cambiate i termini della questione e domandatevi:“Qual è il mio focus?”. Fino a quando  non avrete identificato la risposta a questo interrogativo ogni tentativo di definire il vostro PB sarà vano.

FOCUS = Follow One Course Until Successful

La chiave è la sottrazione, non certo l’eccesso.

Per rendere chiaro il concetto: Marthin Luther King, nel suo discorso passato alla storia, disse “I have a dream”: aveva UN sogno, non tanti sogni.

Detto questo, non bisogna farsi prendere dal panico di fare una scelta definitiva e immodificabile: nella vita si cambia. Il punto è che non possiamo essere mille persone  o fare mille cose allo stesso tempo.

Per le stesse ragioni per cui il multitasking alla lunga non paga, ma crea invece stress e confusione, così non è né efficace né produttivo voler fare (o voler essere) troppe cose. E’ vero, Picasso ha avuto il Periodo Blu, il Periodo Rosa e il Periodo Africano prima di approdare al Cubismo… ma è stato pienamente dentro ogni singolo periodo pittorico, ed è questo il punto essenziale.

D’altronde, è risaputo che i successi commerciali più importanti sono stati quelli con alla base una singola idea forte o un singolo prodotto (Coca Cola docet): così deve essere anche per chi vuole creare il proprio PB e “vendere se stesso” sul mercato. Questo vale a maggior ragione per i freelance o i professionisti della comunicazione, per cui non c’è cosa più importante di riuscire a differenziarsi da una massa critica enorme di wannabes.

Come Martin Luther King, dobbiamo visualizzare UN SOGNO, scegliere UN TEMA che ci identifica, UN MESSAGGIO che vogliamo comunicare e anche UNA DEFINIZIONE di ciò che facciamo, un nostro personalissimo job title (più personale è, meglio è).


Dieci strategie per definire il proprio Personal Brand

Ecco 10 step per cominciare a porre le basi del proprio PB:

1)   Trovare il proprio FOCUS. Non si tratta di chiedersi “chi sono io”, domanda a rischio di paralisi esistenziali, bensì di domandarsi cosa ci rende unici, convincenti e coinvolgenti. Per cosa vorremmo essere conosciuti e ri-conosciuti? Quale nostra abilità vorremmo mettere in gioco nel lavoro? Cosa vogliamo e siamo capaci di fare ORA, dedicandoci tutta la nostra energia in modo da consolidare concretamente questa specializzazione?  Se abbiamo dubbi nel definire il nostro focus, anziché metterci davanti al computer sperando di buttare giù idee costruttive ha senso prestare attenzione a ciò che davvero ci entusiasma: cos’è che ci appassiona, ci fa stare bene o ci gratifica? La chiave è lì. In questo caso, puntare su un numero troppo ampio di skill è controproducente. Se siamo indecisi su quali delle nostre caratteristiche valorizzare possiamo fare una disamina del nostro background e soprattutto dei nostri momenti di maggior successo e soddisfazione: sono stati quelli in cui abbiamo organizzato qualcosa? In cui abbiamo parlato in pubblico? In cui abbiamo fatto un bel lavoro di team building? Possiamo anche chiedere alle persone che meglio ci conoscono (sotto vari punti di vista: lavoro, amici, social network), come ci vedono e come ci definirebbero, per capire qual è l’immagine percepita e come regolarci da ora in poi… Da tutto ciò emergeranno i punti di forza su cui cominciare a costruire il nostro PB. Può anche essere una presa di coscienza non facile: a volte rifiutiamo di prendere atto dei nostri talenti più autentici perché temiamo il giudizio del mondo nel metterli in gioco, oppure ne abbiamo paura noi stessi. Ma non si può sfuggire dalla nostra essenza, soprattutto perché in questo caso è proprio l’autenticità che paga. 

2)   Non imitare gli altri. Diretta conseguenza di quanto detto sopra: prendere come riferimento le persone che stimiamo, ammiriamo o in cui vorremmo identificarci può essere utile per chiarire le caratteristiche su cui puntare, definire il proprio benchmark e le proprie strategie, dopodiché dobbiamo fare riferimento alla nostra essenza. Se puntiamo al nostro core non dovremo preoccuparci di risultare simili ad altri o di fare cose già viste, perché non potremo che essere unici  nel nostro personale modo di fare le cose, e attireremo chi è interessato al valore di questa nostra unicità: un PB efficace infatti è quello che ci rende “selettivamente famosi”, cioè quello che ci fa conoscere e apprezzare dalle persone rilevanti del nostro target di riferimento.

3)   A questo punto, dobbiamo definire la nostra audience, il target di riferimento. A chi ci vogliamo rivolgere e quale messaggio vogliamo che venga recepito? Si tratta di applicare delle strategie di marketing a noi stessi, quindi la percezione altrui è fondamentale! La chiaroveggenza non funziona: se non siamo in grado di comunicare quello che facciamo e che siamo bravi a fare, non si andrà molto lontano. E’ fondamentale rinunciare in principio al consenso dell’umanità. “Neutrality is for diplomats”, quindi a meno che non puntiamo a lavorare alle Nazioni Unite non è quella la strada… 

4)   Una volta definito il cosacome e a chi, dobbiamo essere proattivi:  dedicarci quotidianamente o almeno settimanalmente allo sviluppo del nostro PB. Creare un sito personale, con foto, un portfolio del proprio lavoro, la propria mission e bio, ed esplicitiamo il lavoro che vorremmo fare. Potremmo inserirci anche un blog dove ci raccontiamo “lavorativamente”. Dobbiamo sempre mettere in evidenza dove vogliamo andare e non dove siamo stati: ha senso evidenziare esperienze passate se sono quelle che vogliamo replicare.

5)   Adesso dobbiamo creare l’evidenza: non basta trovare un job title smart (quello che fa diventare un venditore di caldarroste uno street food manager, per intenderci…) o scrivere una bio accattivante su Twitter: dobbiamo concretamente costruirci un bagaglio di prove delle nostre competenze, le prove tangibili che siamo specializzati, competenti o addirittura esperti nell’area che abbiamo scelto.  “In a globalised competitive environment, no one can afford to be the world’s best kept secret. If you don’t highlight your achievements, someone else will highlight theirs and beat you to the finish line” (Sophia Matveeva su Forbes).

6)   Self-promotion. Autopromuoversi può essere fuorviante e rischia di renderci poco credibili o peggio odiosi. Quindi in primis lasciamo che siano le nostre azioni a parlare per noi. Secondo, chiediamo aiuto a colleghi, amici o recruiters che stanno a livelli più alti di noi di aiutare a farci conoscere: queste persone ci aiuteranno volentieri, se sapremo chiederglielo nei modi e nei tempi giusti. Per quanto riguarda l’utilizzo dei social network, il giusto equilibrio di autopromozione si può trovare con la semplice ma preziosa Rule of Thirds: un terzo dei propri status deve essere sulla nostra persona, un terzo deve condividere informazioni interessanti di altri, un terzo può e deve essere dedicato alla promozione del nostro PB.  Fondamentale è non abbandonare mai per troppo tempo la propria presenza online, dove il troppo tempo si quantifica in settimane di assenza. Se questo succede, si può rimediare tornando con un post dove si aggiorna il proprio network su cosa abbiamo fatto in quel periodo (es. ci siamo dedicati a un nuovo progetto): non si tratta di scuse ma di trattare il proprio network come faremmo con un amico che non chiamiamo da troppo tempo.

7)   Dare valore aggiunto. Il PB non riguarda noi stessi come monadi ma cosa noi abbiamo da dare agli altri: il segreto è comunicare e trasmettere un valore aggiunto utile. Quando abbiamo qualche dubbio su cosa postare sui social,  postiamo qualcosa che dia valore alla community (consigli, link utili),  oppure offriamo una consulenza.

8)   Monitorare/misurare. Nel processo di creazione e gestione del nostro PB, è fondamentale monitorare i progressi, scegliendo un proprio metodo: può essere il numero di opinion leader della nostra area di competenza con cui siamo entrati positivamente in contatto, l’influenza creata su Twitter o il riconoscimento ottenuto da un’associazione di riferimento. 

9)   Essere reali e partecipare alla comunità. Non dobbiamo nasconderci dietro il computer: siamo il portavoce del nostro PB nella vita reale e per questo dobbiamo essere parte attiva della comunità in cui vogliamo posizionarci. Troviamoci un mentore, interagiamo con colleghi, amici e opinion leader. Contribuiamo. In tutto ciò, soprattutto nel web, è utile anche un certo livello di promiscuità, intesa come interazione con differenti tipologie di pubblico: non possiamo mai sapere chi ci cercherà, ma dobbiamo rendergli possibile trovarci. E per questo è utile ampliare i propri contatti anche in direzioni apparentemente fuori dal nostro raggio di competenza. 

10) Curare l’aspetto estetico. Non c’è bisogno di scomodare le tesi di Catherine Hakim in ‘Capitale Erotico'' e non si tratta certo di sembrare appena usciti da un set di Vogue. Il punto è mostrare di poter "reggere il ritmo" e di avere attenzione ai dettagli: scegliamo uno stile che ci identifichi e che sia in linea con quello che vogliamo comunicare agli altri e manteniamolo. Per tutti i freelance: è caldamente sconsigliato lavorare da casa in pigiama!

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