Stefano Grazioli
Gorky Park
4 Dicembre Dic 2014 1719 04 dicembre 2014

Kiev, nuovo governo vecchi problemi

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A Kiev è stato battezzato il governo guidato da Arseni Yatseniuk, sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare. Il nuovo esecutivo ha il difficile compito di risollevare il Paese dal baratro politico-economico, tra la guerra nel Donbass che con l’arrivo dell’inverno sta dando i segni di effettivo congelamento e lo spettro del default, evitato per ora sola grazie agli aiuti dell’Occidente.

È un governo che nasce tra le perplessità di chi vede più le divisioni che la coesione richiesta dal delicato momento. L’arrivo di tre ministri stranieri nella nuova compagine, di cui due rappresentanti di fondi d’investimento alla guida di ministeri economici chiave, come anticipato nei giorni scorsi dallo stesso presidente Petro Poroshenko, è inoltre un segnale che si presta alle più diverse interpretazioni: da quelle più positive, di chi sottolinea la volontà del tandem al comando Poroshenko-Yatseniuk di cambiare passo a tutti i costi affidandosi ad esperti internazionali, a quelle negative di chi invece punta l’indice verso una sorta di commissariamento occidentale.

L’alleanza tra i due maggiori partiti della coalizione, il Fronte Popolare di Yatseniuk e il Blocco del presidente Petro Poroshenko, non sembra in ogni caso solidissima e gli attriti di fondo che negli scorsi mesi hanno caratterizzato il rapporto tra premier e capo dello Stato si sono espressi anche nella fase di formazione del governo, mentre i tre partiti minori, Samopomich di Andrei Sadovy, il Partito radicale di Oleg Lyashko e Patria di Yulia Tymoshenko, hanno fatto in sostanza da spettatori. Alla fine ne è uscito un governo che il quotidiano indipendente Ukrainskaya Pravda definito oggi “del dissenso”, sottolineando come per Yatseniuk II abbiano votato 288 deputati, ben oltre sì la maggioranza assoluta (225+1), ma anche 43 in meno di Yatseniuk I, nato a fine febbraio dopo il bagno di sangue di Maidan con un parlamento trasformista, e con 14 voti mancanti sulla base di tutti la coalizione che ha in realtà a disposizione 302 seggi. Non solo: la maggioranza si è spaccata già sulla decisione che ha riguardato il via libera al governo, cioè la scelta di promuovere in blocco la nuova squadra o votare la fiducia sui singoli ministri. La scelta del voto complessivo è stata approvata sul filo di lana con 228 voti, con i primi malumori in seno a tutte le frazioni.

Il governo Yatseniuk II si presenta con facce vecchie e nuove, rispettando in sostanza gli equilibri usciti dopo le elezioni parlamentari del 26 ottobre ed è fondato sui pilastri del Blocco Poroshenko (BPP) e del Fronte Popolare (FP). Dopo che il delfino di Poroshenko Volodymyr Groisman è stato nominato la scorsa settimana presidente del parlamento, terza carica dello Stato, i ministeri chiave sono andati ai due partiti più forti: agli Esteri è rimasto Pavel Klimkin, già ex ambasciatore in Germania ai tempi di Victor Yanukovich, ma considerato elemento fondamentale da Poroshenko per i curare i rapporti diplomatici soprattutto in Europa.In quota presidenziale ci sono anche i nuovi arrivati, i tre stranieri che ricopriranno incarichi fondamentali: l’americana Natalia Yaresko, proveniente da Horizon Capital, gruppo finanziario che opera in Europa centro-orientale, alle Finanze; il lituano Aivaras Abromavicius, in arrivo dal fondo svedese d’investimento East Capital, all’Economia; il georgiano Alexander Kvitashvili, ex ministro della salute sotto Saakashvili a Tbilisi, alla Sanità. Durante il suo discorso in parlamento il presidente ha motivato la scelta di cooptare per la prima volta cittadini stranieri al governo sottolineando l’assoluta necessità di portare in Ucraina leve provenienti dai paesi alleati occidentali.

Un segnale evidente dell’orientamento europeista e filoamericano di Kiev a discapito del dialogo con la Russia e in sostanza un’arma a doppio taglio. Da un lato l’affidamento di due ministeri come finanze ed economia ad ex rappresentanti di fondi privati d’investimento dovrebbe secondo gli intenti facilitare la ripresa dell’economia ucraina grazie anche a migliori rapporti con il Fondo monetario e gli investitori internazionali; dall’altro il marcato orientamento non faciliterà certo le relazioni con la Russia, sia nell’ottica di breve periodo per la risoluzione della crisi nel Donbass, che in quella del lungo, con lo sguardo ai rapporti commerciali ed energetici tra Mosca e Kiev che non potranno essere messi nel cassetto.

Nel governo rimangono al loro posto il generale Stepan Poltorak alla Difesa, Arsen Avakov, alleato stretto di Yatseniuk, agli Interni e Pavel Petrenko, sempre del Fronte popolare alla giustizia. Nuovi volti filopresidenziali sono inoltre quelli di Vladimir Demcishin al delicato settore dell’Energia e di Yuri Stez al nuovo ministero dell’Informazione politica, la cui creazione, contestata anche all’interno della stessa coalizione di maggioranza, è stata difesa dal capo della frazione parlamentare del BBP Yuri Lutsenko che ha affermato che si tratterà di qualcosa di diverso da un ministero per la propaganda di stile sovietico. In sostanza, rispetto al precedente, il governo Yatseniuk II risulta ancora più sbilanciato verso occidente: se infatti come negli scorsi mesi rimangono esclusi per forza di cose uomini provenienti dalle regioni dell’est, l’affidamento a tre stranieri di ruoli fondamentali soprattutto nel settore economico finanziario dà un’impronta ben precisa al nuovo esecutivo. Resta da vedere se le forze centrifughe interne potranno essere placate nei prossimi mesi grazie a un lavoro di riforme rapido ed efficiente, con uno sguardo a quel dialogo nazionale tra centro e periferia sino ad ora dimenticato, o se invece la coalizione di maggioranza, e nel peggiore dei casi la stessa Ucraina, perderanno di nuovo qualche pezzo.

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