Alfredo Ferrante
Tantopremesso
7 Dicembre Dic 2014 1150 07 dicembre 2014

Le mani sulla città sono le nostre

Le vicende venute a galla sul pericoloso intreccio fra politica, amministrazione, imprenditori e criminali a Roma devono allarmare, stavolta sul serio. Dopo le paginate e i servizi moraleggianti di certe trasmissioni sulla Panda rossa di Marino, ci accorgiamo che le problematiche della Capitale si posizionano ad un livello un pelino superiore a quello di un passi per la ZTL non rinnovato. Ed è curioso come il Sindaco di Roma, sino a ieri percepito come corpo estraneo e impietosamente definito da qualcuno “il più grande gaffeur d’Italia”, sia oggi l’ancora cui si aggrappa il PD. Eppure, come ricorda oggi Della Loggia sul Corriere, non è più tempo dell’alzata di spalle degli smaliziati, siamo in emergenza e con questa emergenza devono fare i conti tutti i pezzi di Roma: i politici di tutti gli schieramenti, gli amministratori e i burocrati capitolini, chi fa impresa e chi fa solidarietà, il mondo del giornalismo, la magistratura e, last but not the least, i cittadini romani.

In una bella lettera di oggi a Repubblica, Walter Veltroni scrive che “ogni struttura che amministri potere è esposta. È successo al Vaticano, ai governi, alle aziende, persino ai corpi dello Stato di essere utilizzati da chi a un certo punto ha perseguito fini personali di arricchimento o di potere. Ciò che conta, ciò che fa il giudizio politico e morale, è se chi guidava queste istituzioni, se sapeva, tollerava, consentiva o peggio era connivente se non organizzatore”. Ha ragione: non serve stracciarsi le vesti perché non viviamo nel mondo perfetto, ma è necessario rimboccarsi le maniche per far funzionare un sistema, che ha mille difetti ma che, in ultima analisi, si regge sulle regole, da un lato, e sulle persone che quelle regole devono rispettare e far rispettare. Ecco perché ad essere chiamati a rispondere sono tutti, siamo tutti. E’ chiamata sul banco la politica, di destra e di sinistra, soprattutto quelli che impiegano il proprio – prezioso – tempo libero per l’impegno civile nella loro città. Non si può non essere garantisti: tutti innocenti fino a prova contraria, e se dimissioni devono essere, siano dimissioni dalla carica elettiva, non solo dagli incarichi, a meno che ci stia bene quella strana familiarità con certa gente. Sono chiamati a rendere conto dirigenti e amministratori, quelli che fanno funzionare la macchina e che hanno occhi e orecchie bene allenati a vedere come vanno le cose: ha funzionato il sistema dell’anticorruzione? Qualcuno si è voltato dall’altra parte? Il dirigente pubblico non si fa al chiuso della propria stanza: lo si fa con i piedi per terra e con le persone, niente scuse. Su questo sottoscrivo quello che Ostellino scrive sul Corsera il 6 dicembre: è anche colpa nostra se lo Stato non funziona. Gli imprenditori che corrono dietro appalti e finanziamenti, anche nel mondo del sociale, cercando di fare impresa sana, puntino il dito con chi cerca scorciatoie e alimenta un sistema marcio. Chi fa informazione continui a disvelare quello che viene tenuto sotto le coltri, in modo oggettivo, senza inutili sensazionalismi e ricordando che c’è in gioco la vita delle persone. La magistratura ricordi che deve amministrare la giustizia in modo equo, imparziale e, soprattutto celere: ha ragione Francesco Storace quando dice che per parte sua vuole sapere subito chi sia davvero colpevole o meno. E, infine, i cittadini: e qui casca l’asino.

Facciamola finita, per favore, con la pantomima si chi si lamenta sempre dell’invadenza e della corruttela dell’apparato pubblico, chiedendo onestà e moralità a gran voce, e pronto poi a farsi gli affaracci suoi quando si tratta delle cose proprie. Noi cittadini romani siamo certamente le vittime di un quadro che allo stato sembra devastante e che ha radici nel tempo: i cattivi servizi hanno ragioni sempre più chiare e affondano nel marcio che sta emergendo, ma nessuno di noi è mondo da ogni peccato. La millenaria pazienza e tolleranza dei romani – il menefreghisimo, direbbe qualcuno – è la prima concausa dello sfascio: accettare uno stato di fatto e subirlo equivale ad esserne complici. Le indagini ci diranno nel dettaglio i come e i perché di questa vicenda, ma non possiamo stare alla finestra a guardare. Fa bene Marino ad annunciare la rotazione dei dirigenti al Campidoglio, ma attenzione alle misure straordinarie: i Cantone e i Caselli evocati in questi giorni non possono essere gli ennesimi uomini della provvidenza per sanare l’insanabile. Occorre ripartire dal sistema delle regole a tutela di tutti: molte, troppe le domande su “Mafia Capitale”, ed il rischio dello schifo generalizzato è dietro l’angolo. Noi cittadini della Capitale, noi Italiani non possiamo, però, permetterci il lusso di perdere la fiducia nella politica, nell'amministrazione, nell'impresa. Il rischio è di precipitare sempre più nel vortice dell’antipolitica, dell'antipubblico, dell'antitutto, lasciando – stavolta definitivamente – la cosa pubblica nelle mani di chi ha interesse a manovrarla per fini personali e criminali. La cosa pubblica siamo noi, la facciamo noi, non solo con un voto ogni cinque anni. La testa la si alza tutti assieme, o la si china per sempre.

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