Francesco Grillo
Il grillo parlante
8 Dicembre Dic 2014 0948 08 dicembre 2014

Google, Facebook e la sfida del governo globale

“Così come noi non tollereremo mai più un Re che si impossessi del potere politico, nella stessa misura non potremo mai tollerare che si affermi un Re che controlli la produzione, il trasporto o la vendita di uno qualsiasi dei beni necessari per il funzionamento della nostra società e la vita delle persone”. Furono queste le parole con le quali, nel 1911, il senatore americano John Sherman chiuse il discorso con il quale propose di spezzare in trentaquattro diverse compagnie la Standard OIL, che in quel tempo dominava il settore petrolifero. Da quella iniziativa nacque la prima legge che si è proposta di combattere i monopoli. Soprattutto nacque l’idea – proprio negli Stati Uniti - che il mercato lasciato solo a se stesso genera mostri che finiscono con lo strozzarne la sua stessa capacità di produrre valore.

È passato esattamente un secolo e le vicende che riguardano, soprattutto ma non solo, i giganti di Internet ripropongono il problema in una dimensione del tutto nuova. Come misuro concetti come quello di “posizione dominante” in un’epoca nella quale i valori economici non sono più quelli usati per valutare imprese e settori prima che arrivasse la “rete”? Dove tasso imprese che – per definizione – producono, trasportano e vendono in un luogo che è virtuale e non è legato ad uno specifico territorio? Chi fa da interlocutore di aziende globali, laddove gli Stati su scala internazionale hanno prodotto finora organizzazioni che sembrano sempre più paralizzate dalle mediazioni?

L’editoriale dell’Economist di questa settimana - dopo aver doverosamente precisato che nel consiglio di amministrazione dell’azienda che controlla il giornale siede Eric Schmidt, amministratore delegato di Google - arriva alla conclusione che non c’è ancora una ricetta magica per risolvere quello che è il più grande dei problemi dei nostri tempi.

Il più grande dei problemi perché la virtualizzazione dell’economia – passaggio ulteriore rispetto alla sua globalizzazione – rischia di rendere complicate alcune delle funzioni minime che giustificano l’esistenza di uno Stato. E di creare un sbilanciamento tra mercati e governi che farà male ad entrambi.

Misurati con la metrica con la quale normalmente definisco i monopoli, i colossi di Internet sono molto meno grandi di quanto non immaginiamo.

L’unica fonte di reddito per Google, Facebook e Twitter (Apple è un animale di tipo diverso perché vende hardware) è la pubblicità on-line. La quota del mercato della pubblicità online che essi (ed in particolar modo Google) detengono è elevata: circa la metà del totale mondiale. Ma questo mercato vale, comunque, “appena” 110 miliardi di dollari nel 2013. Per capirci un’impresa tradizionale come Wal-Mart incassa, da sola, ogni anno quattro volte di più di tutte le imprese che operano nel settore delle inserzioni digitali messe insieme (e dieci volte più di Google). Ed esse, del resto, vendono molto di meno delle imprese che operano nel mercato (molto più frammentato) della pubblicità non digitale (400 miliardi di dollari).

Sembra che il mondo digitale abbia una tendenza molto più spiccata di quello fisico alla creazione di monopoli per effetto della legge dei network: a parità di altre condizioni il valore di aderire ad una rete aumenta quanto più ne aumentano il numero degli utenti e, dunque, le reti se crescono lo fanno in maniera esponenziale eliminando le altre. Ma alla fine, i giganti di Internet sono ancora stelle nane se messi a confronto, ad esempio, con le eredi della Standard OIL.

Il ragionamento si rovescia se, invece di parlare di vendite e utili, osserviamo le quotazioni nei mercati azionari. Le tre stelle di San Francisco valgono quasi 600 miliardi di dollari e impiegano, complessivamente, 65.000 dipendenti. Per avere un’idea delle proporzioni, la nuova FIAT CHRYSLER vale 14 miliardi di euro (trenta volte di meno) con un numero di dipendenti (220.000) tre volte più elevato.

La spiegazione del paradosso sta tutta nel potere che rende grandi le gazzelle della rete: il possesso dei canali attraverso i quali l’informazione che è potere si trasmette e degli enormi archivi nei quali essa si sta accumulando. Ed è qui che il senatore Sherman si preoccuperebbe assai, se fosse vivo.

È una posizione dominante quella delle imprese che ogni giorno ospitano i contenuti prodotti da più di un miliardo di persone. E i loro segreti (personali e professionali). Anche se più vulnerabile di quella dei monopolisti della rivoluzione industriale. E meritata perché poche imprese investono sistematicamente un terzo dei ricavi in ricerca e gli ingegneri di Palo Alto sono posseduti dal demone dell’innovazione.

Tuttavia non abbiamo ancora inventato ancora un modo per dare valore economico al vantaggio che a San Francisco hanno costruito. Anche se i mercati finanziari del mondo scommettono che, prima o poi, un modo per tradurre la posizione dominante in ricavi e dividendi per gli azionisti sarà trovato.

Il problema che il nuovo mondo di Internet pone non è, dunque – tecnicamente – quello del monopolio. La questione maledettamente seria è quella della protezione dei dati personali che rischia – come ammette lo stesso Schmidt – di diventare un pericolosissimo boomerang per imprese che hanno nei dati a loro disposizione, contemporaneamente, una possibilità che nessuno prima ha mai avuto. Ma anche il vaso di Pandora dal quale potrebbe uscire una crisi di credibilità in grado di travolgerle.

Sbaglia la Commissione Europea, dunque, ad usare l’arma dell’anti trust nei confronti di chi sta creando un mondo nuovo. Farebbe bene, invece, a proporre al Presidente Obama di inserire nel Transtatlantic Trade Partnership Agreement un meccanismo che assicuri che la tutela della privacy sia totale, a meno che un individuo non disponga diversamente. Che sia garantito a tutti l’accesso a quello che è un servizio pubblico essenziale (come Obama chiede) e che chiunque gestisca il “trasporto” e la “custodia” dei dati ne risponda negli Stati nei quali opera.

E ciò porta anche alla questione della tassazione.

La separazione tra mondo virtuale e mondo reale non può giustificare la consapevole ricerca di schemi elusivi. Né tanto meno basta ricordare che siamo “capitalisti”: come dimostra l’annuncio da parte del Ministro dell’Economia di un Paese come l’Inghilterra e di un Partito come quello conservatore, di tassare al 25% i profitti che le imprese Internet realizzano in Gran Bretagna.

Se è vero che siamo in un mondo nuovo, non è possibile che i suoi protagonisti si aggrappino, per difendersi, a trattati fiscali pensati per un’era nella quale le imprese erano fabbriche tassate dove avevano i capannoni. Ciò che rende così forti imprese relativamente piccole e straordinariamente intelligenti, è il numero di persone che usano le loro autostrade per scambiarsi informazioni, costruire relazioni d’affari e, magari, anche amicizie vere. La tassazione e il governo di questo fenomeno va fatta nei Paesi nei quali vivono gli utenti che ne giustificano l’esistenza. Almeno fino a quando non avremo inventato un governo mondiale che appare ancora lontano.

In fin dei conti, all’inizio di questa avventura collettiva c’è stata l’idea di non essere mai dalla parte del male (don’t be evil come dice il motto della più grande delle imprese di Internet). La crisi di maturità dell’economia globale è tutta nell’esigenza di dare a quella visione, strumenti concreti che impediscano a qualcuno di cedere ad una tentazione che può essere pericolosa per tutti.

Articolo pubblicato su Il Messaggero - 8 Dicembre

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