Altra Finanza
11 Dicembre Dic 2014 1509 11 dicembre 2014

Se Tsipras spaventa i mercati

Intervista rilasciata a Raffaele Liguori di RadioPopolare per la trasmissione Memos di giovedì 11 dicembre 2014

Perché ai mercati finanziari fa più paura Tsipras ad Atene che la mafia a Roma?

La reazione dei mercati alle vicende greche è la prova del fatto che i mercati dettano legge. I mercati sono stati spaventati dalla prospettiva di elezioni anticipate in Grecia. E che cosa hanno fatto? Hanno anticipato il voto ancor di più… esprimendo istantaneamente la loro preferenza e decretando in via preventiva la loro avversione a Tsipras. I mercati votano sempre prima di tutti. Impongono politiche e destituiscono governi prima ancora che siano stati eletti. Mentre i governi in carica esercitano il potere sotto tutela, come vicari dei mercati finanziari internazionali.

Sono, dunque, i mercati a governare. Ma quel che è peggio è che lo fanno male. I mercati, in effetti, sembrano preferire governanti corrotti a governanti responsabili democraticamente eletti. Perché? Perché i mercati finanziari sono miopi: la mafia fa PIL nel breve e danni nel lungo; le politiche di Tsipras farebbero male (soprattutto agli investitori) nel breve, ma farebbero bene (anche agli investitori) nel lungo. Questo i mercati non hanno la pazienza di vederlo.

Ma dobbiamo ricordarci che non sono stati i grandi capitali finanziari a prendere il potere. Glielo ha dato la politica attraverso le liberalizzazioni e le deregolamentazioni dei mercati, inaugurate da Thatcher e Reagan negli anni Ottanta, ma sposate anche dall’Unione Europea a partire dagli anni Novanta. Se vuole riguadagnare sovranità, la politica deve riformare la finanza. La ristrutturazione dei debiti è un primo passo.

Che cosa significa concretamente la ristrutturazione del debito greco?

Consiste, in sostanza, in una cancellazione parziale del debito pubblico. Sembra un proposito enorma, ma in realtà è ormai un atto dovuto. Se non lo facciamo in maniera ordinata e concertata, avverrà comunque con danni incalcolabili tanto per i creditori quanto per i debitori. La proposta di Tsipras non è nemmeno politica, ma aritmetica: con un debito al 175 percento del PIL, il 10 percento del PIL se ne va ogni anno per pagare capitale e interessi ai creditori. Se i redditi e la spesa pubblica subiscono una compressione di questo genere, è ovvio che la domanda interna si contrae e l’economia continua a ristagnare. La cancellazione parziale del debito pubblico è un passaggio obbligato per la ripresa.

Quali interessi colpirebbe la ristrutturazione? Quelli dei creditori, d’accordo. Ma che significa?

I creditori dello stato greco sono ancora per l’80% all’estero. Per questo i mercati internazionali si agitano. Tuttavia, in larga parte i creditori non sono più investitori privati ma organismi pubblici. La responsabilità ricade su di loro. La nuova Commissione Europea dovrebbe essere la prima a riconoscere la necessità ineludibile di una ristrutturazione. Moscovici tenta di rassicurare i mercati affermando che Samaras sa quello che fa quando indice le elezioni presidenziali. Dovrebbe preoccuparsi piuttosto di affermare che Tsipras saprebbe cosa fare se vincesse le elezioni politiche. Quanto più riconosciamo la ristrutturazione del debito greco come un male necessario, tanto meno farà male. Anche i creditori devono essere posti di fronte alla loro responsabilità.

Tsipras ha invocato una conferenza sul debito sul modello di quella che negli anni Cinquanta ristrutturò il debito tedesco. E’ plausibile questo allargamento internazionale della gestione del debito?

E’ auspicabile. Il debito estero di un paese è per definizione un problema internazionale. Ed è un problema e una responsabilità tanto dei creditori quanto dei debitori.

La Germania, nel secondo dopoguerra, ha beneficiato come debitore di questo coordinamento. A Londra nel 1953 le è stato condonato il 50% del suo debito estero. Altri crediti le sono stati accordati a condizioni estremamente vantaggiose, sempre in quegli anni, attraverso l’Unione Europea dei Pagamenti. Tutto questo le ha consentito di crescere negli anni Cinquanta a ritmi da ‘miracolo economico’. Sarebbe bene che oggi, come creditore, se ne ricordasse.

La crisi provoca desertificazione del tessuto imprenditoriale. Il credito è bloccato. Le banche non finanziano. Falliscono il loro compito. Perché, allora, chiudono il bilancio in utile?

Perché i meccanismi di mercato, in ambito finanziario, non premiano il merito. La finanza è l’unico settore in cui non faccio i soldi se sono bravo, ma sono bravo se faccio soldi.

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