Sergio Levi
The New Public
16 Dicembre Dic 2014 1047 16 dicembre 2014

Fabbrica smart, istruzioni per il Miur

Si è tenuta a Milano giovedì 11 l’assemblea generale di Fabbrica Intelligente, il primo degli 8 cluster tecnologici riconosciuti e finanziati dal ministero dell’Istruzione nel quadro dei fondi strutturali Ue. L’occasione è servita per consegnare al Miur e al Mise un documento in 7 punti per il rilancio della manifattura italiana. La logica che ha riportato i cluster tecnologici al centro dei programmi di sviluppo si basa sull’idea di smart specialisation, un processo di scoperta pensato per spingere gli attori pubblici e privati di ogni regione a fare sistema (e massa critica) per capire e dire al mondo cosa vogliono fare da grandi, perlomeno fino al 2020.

Il concetto di specializzazione intelligente è infatti alla base di Europa 2020, e vincolerà la nuova ondata di programmi FESR (sempre della durata di 7 anni) all’individuazione di ben precise vocazioni regionali. Un’impostazione che ha suscitato non poche perplessità. C’è chi vorrebbe un processo di scoperta più aperto e inclusivo, che consenta alle varie specializzazioni di emergere da una precedente fase di sperimentazione, dando a imprese e centri di ricerca maggiore autonomia nell’individuazione delle tecnologie (o delle applicazioni) su cui puntare. Sta di fatto che con la prima assemblea di Fabbrica Intelligente la scommessa sui cluster entra nella fase due, riflettendosi sul Piano nazionale della ricerca, in arrivo nei prossimi mesi.

Parallelamente a queste sinergie fra industria, università e ricerca, continuano (sempre nel quadro FESR) i programmi di sostegno alle PMI, finalizzati in particolare a finanziare nuovi incubatori d’impresa per stimolare la crescita di una nuova generazione di startup, sfruttando il quadro normativo predisposto dal governo Monti. Anche qui non mancano le criticità. Uno studio realizzato dalla Corte dei Conti europea ha rivelato che gli incubatori cofinanziati dai programmi FESR negli ultimi due settennati (dal 2000 al 2013) hanno prodotto risultati modesti. I punti deboli investono proprio i servizi di supporto alle startup, dall’analisi dei rischi alla pianificazione finanziaria, dall’identificazione dei clienti alla fornitura di formazione, che dovrebbero costituire la mission dei moderni incubatori, mentre sembrano essere stati subordinati alla fornitura d’infrastrutture e spazi di lavoro.  

Secondo la Commissione, i nuovi centri andranno monitorati e valutati con maggiore regolarità, e aiutati a offrire maggiori servizi di supporto alle startup che ospitano, intensificando il networking con le grandi imprese, anche al fine di garantire un più efficiente utilizzo dei finanziamenti pubblici. Vigilare sul rispetto delle condizionalità è compito dei sistemi di gestione locali e nazionali, ma anche l’opinione pubblica e gli stessi clienti degli incubatori (perlopiù startup) possono fare la loro parte. Mentre 10 anni fa le attività d’incubazione e assistenza alle startup venivano apprese sul campo, oggi ci sono più competenze, ma serve maggiore professionalità. Occorre maggiore consapevolezza riguardo ai servizi che gli incubatori legati al pubblico (e non sono pochi) devono essere in grado di erogare.

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