Raja Elfani
Gloβ
23 Dicembre Dic 2014 1503 23 dicembre 2014

L'eccezione tunisina: no agli Islamisti

Gli islamisti sono ufficialmente una minoranza in Tunisia da ieri pomeriggio. Dopo quattro anni di battaglie e incertezze, ha vinto il leader anti-islamista Béji Caid Essebsi con largo sorpasso (55,68%) su Marzouki l'uomo (poco credibile) del consenso occidentale-islamista.

Ma proprio non gli va giù alla Francia e all'America la vittoria schiacciante della laicità. Ieri dopo l'annuncio dei risultati ufficiali, i canali mainstream dell'informazione da France24 a Cnn e Al Jazeera hanno sùbito tergiversato, chi sul passato di Essebsi nel governo di Ben Ali, chi sulla sua veneranda età di 88 anni.

Per ovvi motivi, solo le testate italiane non hanno infierito su quest'ultimo argomento. Ma in generale è facile constatare che l'eccezione tunisina imbarazza i governi occidentali costretti a compiacere ai partner islamici negando quasi l'evidenza.

Cosi da due giorni e malgrado i risultati, i Tunisini assistono a speculazioni surreali sulla stampa internazionale, certo non degna di grandi democrazie. E tocca pure replicare.

In Tunisia, gli 88 anni di Essebsi sono una garanzia: il nuovo Presidente tunisino è di un'epoca più progressista delle generazioni successive. Non c'è dubbio che da Bourghiba a Ben Ali la mentalità sia regredita in Tunisia tra corruzione e compromessi con gli islamisti. Anche perché uomini del calibro di Essebsi, imbavagliati lungo due decenni, non hanno potuto trasmettere i loro ideali libertari alle nuove generazioni.

Sul capitolo Ben Ali invece, Essebsi ha risposto in persona ieri sera in un'intervista in diretta sulla Tv nazionale: nessun mea culpa - poiché Essebsi ricorda alla stampa di aver lasciato il governo Ben Ali ai primi segnali di irregolarità nel 1992 - ma un atto di trasparenza intanto, e senza precedenti, di un Presidente tunisino.

Tuttavia gli inviati francofoni e anglofoni, forse per deformazione professionale, hanno preferito rincorrere la cronaca post-elettorale, lanciandosi anche su Facebook e Twitter in una sfrenata campagna di disinformazione. Scelta loro, ci perdono in credibilità.

E' vero che dopo il successo elettorale di Essebsi ieri, ci sono stati disordini in alcuni quartieri popolari nel Sud e in periferia di Tunisi. Ma siamo lontani dal copione egiziano, dispiaccia a molti.

La calma c'è in Tunisia, è un fatto. Gli inviati si mettano l'anima in pace.

I due campi, pro e anti-islamisti, hanno accettato il gioco democratico: almeno in politica si guarda avanti. Essebsi ha perfino annunciato che lascia la segreteria del suo partito Nida - senza indicare un successore. A Gennaio ci sarà la nomina del Primo Ministro - figura ormai chiave nel nuovo sistema tunisino - e il voto di fiducia.

Fin qui non fa una piega.

E allora diciamo le cose come stanno: alla Francia e all'America faceva comodo continuare a trattare con gli Islamisti, per restare in linea con importanti partnership finanziarie con il Qatar.

Per compiacere ai loro investitori, i governi occidentali in crisi assecondano anche la loro ideologia (l'islamismo) inesportabile. Davvero Francia e America intendono negare i progressi di un altro mondo arabo rappresentato dalla Tunisia?

Alla Francia questa linea diplomatica schizofrenica sta già costando caro, basta seguire la cronaca.

Ammettiamolo: le pressioni economiche del Qatar e dei Sauditi sulla politica occidentale sono una realtà, tantissimi gli affari e i capitali europei in mano alle monarchie petrolifere del Golfo.

Ma intanto in Tunisia l'islamismo ha perso: il conservatismo del Golfo cozza con la cultura aperta e mediterranea del Magreb. E ora è anche ufficiale.

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