Silvia Novelli
Nei panni di una rossa
28 Dicembre Dic 2014 1507 28 dicembre 2014

Cosa possiamo imparare dai casi Sony e Nike

Il 2014 è agli sgoccioli e se ancora avete dubbi su quali buoni propositi stabilire per l’anno nuovo, in questo post vorrei darvi uno spunto.

Per farlo, dobbiamo partire da due scandali che sono stati mediaticamente rimbalzati negli ultimi mesi, e che hanno interessato due tra le principali multinazionali: Sony e Nike.

Per Amy Pascal, co-presidente della Sony Pictures Entertainment (la casa cinematografica americana che fa capo alla giapponese Sony), e Scott Rudin, produttore premio Oscar con Non è un Paese per Vecchi, gli incubi peggiori devono essere diventati realtà quando è stato reso noto il contenuto di un loro scambio di mail privatenelle quali fanno entrambi sfoggio del loro lato peggiore con commenti razzisti sul Presidente Obama e offese verso Angelina Jolie.


Amy Pascal, Scott Rudin e Angelina Jolie: protagonisti del Sony Email Leak

Tutto ciò è stato portato alla luce da un attacco hacker. A rivendicarlo sono stati i Guardians of Peace, verosimilmente identificabili con un gruppo di hacker nordcoreani che volevano boicottare il lancio del film della Sony The Interview, dove viene rappresentato il tentato omicidio del leader nordcoreano Kim Jong-Un.

Insieme alle rivelazioni sulle affermazioni di Pascal e Rudin, alla spicciolata sono stati trafugati e diffusi dati privati sui dipendenti Sony e sulle loro famiglie, così come altri dati sensibili tra cui i compensi degli attori del film e altre indiscrezioni su produzioni Sony, veicolate in gran parte tramite Twitter.

The Interview è comunque uscito in America pochi giorni fa, Obama lo ha caldeggiato dicendo che gli USA non possono fare da vittima al bullismo nordcoreano e nel frattempo Sony minaccia di chiedere i danni a Twitter se non bloccherà gli account che continuano a spoilerare le informazioni rubate.

Insomma: un gran casino.

Agli inizi di dicembre invece Nike ha chiesto 10 milioni di dollari di risarcimento a tre designer, Denis Dekovic, Marc Dolce e Mark Miner, per aver rubato segreti industriali e passato le informazioni alla concorrente Adidas, nel corso degli ultimi anni, quando ancora i tre designer erano lautamente stipendiati da Nike e addirittura uno di loro stava per essere ricollocato per un anno fuori dagli USA, con tutta la burocrazia gestita dall’azienda.

Se tutto ciò accade su scala globale e nemmeno le multinazionali possono mantenere la privacy riguardo le loro email, proviamo a rapportare la situazione al nostro quotidiano: come possiamo stare tranquilli? 

Amy Pascal nella sua dichiarazione di scuse dice che il contenuto delle sue email con Scott Rudin era “insensibile e inappropriato”, ma non corrisponde a ciò che lei è.  La cosa fa un po’ acqua no? In pratica, ciò che lei sta dicendo tra le righe, ahimè, è che pensando che nessuno leggesse le mail si è sentita libera di essere se stessa: insensibile e inappropriata, appunto. 

Come ha tanto velenosamente quanto genialmente twittato Shonda Rhimes, la creatrice di Grey’s Anatomy: “U can put a cherry on a pile of shit but it don’t make it a sundae.” 

Qualsiasi scusa, in ogni caso, non sarà mai abbastanza per ridare la fiducia perduta alle persone che sono state offese in quei carteggi. Quindi, la morale è: se non diresti qualcosa in faccia a qualcuno, be’, non dirgliela nemmeno dietro. E soprattutto: non scriverla in un'email a qualcun altro. Pensare in termini di ‘email confidenziali’ è pura fantasia, come dimostrano entrambi questi casi. E se ciò è vero a livello di multinazionali, figuriamoci nel nostro quotidiano: non esistono email confidenziali.  

La trasparenza - sul posto di lavoro e non solo - è diventata ormai pressoché completa, dunque come proposito per il 2015 suggerisco di seguire questa regola: non mettere niente per iscritto che non vorresti che tua mamma leggesse sulla prima pagina di un quotidiano… e possibilmente morditi anche la lingua prima di dirlo a voce, la prossima volta che ti trovi alla macchinetta del caffè.

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