Alessandro Paris
Margini
1 Gennaio Gen 2015 2036 01 gennaio 2015

American Sniper, o del capolavoro volutamente mancato

Ci sono le pecore (le persone buone, che non sanno difendersi e teorizzano la non violenza), i lupi (i nazisti, i terroristi, chi sta dalla parte del male) e i cani da pastore (quanti utilizzano la forza, di cui dal Signore Iddio sono dotati, per proteggere i primi). Di questi è Chris Kyle, texano, occhi da bravo ragazzo, cui il padre insegna da che parte stare. Spalle quadrate, muscoli tatuati, mira infallibile, (colpisce un serpente, noto simbolo demònico, durante l'addestramento) decide di arruolarsi nei Neavy Seals, per mettersi al servizio dei buoni.

Film apparentemente semplice, squadrato attorno a pochi concetti, girato con un’arte magistrale, cui manca veramente poco per essere memorabile, con la "solita" retorica dell'eroismo US. Fine della recensione. Tre stellette.

Eppure.

Apparentemente non lo è, un capolavoro: se si cerca un film che voglia essere tale, nel genere film di guerra post anni 2000. L’impressione è che non voglia intenzionalmente esserlo. Un po’ perché la vita è così: ti capita di diventare un eroe per l’istinto del cecchino infallibile, che ha il suo battesimo di fuoco uccidendo un bambino la cui madre consegna una granata per uccidere i nostri. Il meccanismo d’identificazione è volutamente ambivalente. Certo apparentemente è anche un film di guerra, come Eastwood sa fare, spianando le contraddizioni attorno al realismo disincantato della necessità della forza. E il soldato, l’eroe, la leggenda, quasi un campione di baseball, con quel suo berretto girato al cuore della scena madre. Telecomandata la fine, che ci si aspetterebbe. L’eroe si redime, attraversando la follia della contraddizione, tornando dalla moglie ritrovando la famiglia, eppure, non è così. L’ultima scena ci consegna, con i titoli di coda, la ripresa del vero funerale dell’eroe, ucciso da un reduce impazzito.

Perché un capolavoro mancato, ma volutamente? Facilmente avrebbe potuto, il regista, trovare un qualche bravo fottuto sceneggiatore  che glielo avrebbe fatto venir fuori il capolavoro. Eppure la maestria ha voluto consegnarsi a una movenza da film di serie b, quasi un documentario di guerra, con effetti di realismo, che dà a chi vuole abbeverarsi al genere “cecchini-fottutamente-bravi-che-entrano-in-crisi" ( ad esempio The shooter) quel poco o tanto di sangue, colpi di precisione, scene di battaglia, arrivano i nostri, e scena madre nella nebbia metaforica. L’impressione però è che la mancanza della perfezione sia cercata.

Quasi che la vita, con la sua contraddizione, con la giravolta tra follia e normalità, non possa darci altro che un tentativo non riuscito di racconto dove la mimesi non funziona, secondo lo schema classico. Dove l’eroe non è un Rambo che attraverso la redenzione della follia, sia ridonato a un’azione da cane pastore. Il cane pastore muore, e il suo sacrificio sembra inutile, ucciso da una pecora che invece ha ceduto, o che è sempre stata pecora.

Dannati pacifisti, sembrerebbe voler dire la conclusione apparente del mancato capolavoro. E invece no. L’intervallo con cui il film inizia, tra il mirino che punta il bambino fatto diventare da pecora lupo, e il flashback del padre che insegna la lezione, non si compie che con una sconfitta di tutti.

Forse questo è la vera opera magistrale sul nuovo Vietnam, l’Iraq. Nella sua perseguita, ostinatamente ripetuta ossessiva e apparentemente casuale non riuscita. Il fallimento inseguito, ci invita a gridare all’unica creazione possibile, la mimesi* di una realtà la cui mimesi attenta spezza ogni struttura narrativa. Il riscatto, del personaggio, tramite magari una morte eroica, che opera la catarsi dello spettatore non c’è.

Il film narra la storia più vera della storia vera. Per questo non riesce. E così facendo, ci consegna il vero capolavoro, insegnandoci che il cinema non può migliorare la realtà, nemmeno imitandola.

* Per il concetto di mimesi, rimando a Tempo e racconto I, di Paul Ricoeur
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