Andrea Cinalli
Serialità ignorata
1 Gennaio Gen 2015 1530 01 gennaio 2015

Auguri, umani

Il 2014 si è appena eclissato. Ha lasciato il posto a un 2015 che, come da copione, molti auspicano gravido di liete novelle. Davanti alla tavola imbandita, col salotto brulicante di zii felicitanti, nonne assopite e cuginetti errabondi - in trepidante attesa dei dolciumi - abbiamo salutato il nuovo anno, levando in alto i calici e le preghiere di un anno prodigo di buone nuove. Ad affiancarci, la mamma stremata dalle fatiche della cucina e il padre che, avvampato per il tepore procurato dall'alcool, ha invitato gli ospiti a fare altrettanto.

E così si è innalzato un coro di auguri, farcito di sorrisi più o meno tirati. Intessuto di auguri più o meno sentiti.
Ma questa sceneggiata, a fronte delle finanze piagate dalla crisi e aspettative puntualmente disattese, sta ancora in piedi? C'è ancora qualcuno che ripone fiducia in quanto caldeggia nelle ultime ore dicembrine?
I sorrisi e le parole paiono improntati a granitica sincerità. Ma gli occhi tradiscono il baluginio della paura. La paura che sia l'ennesima sequela di frasi fatte destinata a venire funestata dalla realtà socio-economica, coi sogni che tornano a impilarsi nei cassetti e i cuori a gonfiarsi di frustrazione.
Ci piace mentirci. Coccolarci nell'illusione che finalmente la fantomatica svolta si incunei nel sentiero accidentato. Lasciare che in testa si affastellino speranze di grassi conti bancari e scrivania sormontata da computer dietro cui posteggiare le chiappe nell'insperato posto di lavoro.
Poi le vacanze scivolano via. Scorrono come il vino copiosamente defluitoci negli stomaci. Si ritorna ad abitare routine spezzettate dalle uscite con gli amici per ripristinare - con risultati dubbi - il clima di festa. Per rinsaldare quei propositi. Per fare sì che quest'anno non restino lettera morta.
Ma gennaio si congeda, ci consegna a un febbraio sempre più plumbeo che sfuma in un marzo appena mitigato dal ritorno della bella stagione, le cui amenità saremo in grado di ammirare solo ad aprile inoltrato. Un avvicendarsi di mesi dove le buone intenzioni sono state riassorbite nelle maglie della quotidianità. Tenute in caldo per rispolverarle nelle vacanze venture.
Quindi se devo formulare una risposta ai due quesiti, proferisco un sì e un no.
Sì, la sceneggiata sta ancora in piedi. Deve stare in piedi. Gli umani sono creature aberranti, lunatiche. Si lanciano nelle imprese più ardite con l'animo pingue di autostima. Si incaponiscono quando si pongono un obiettivo. Ma se i risultati stentano a mostrarsi o lo spettro del fallimento incombe, alzano le mani. Agitano la bandiera bianca. Dopo qualche settimana di metabolizzazione, si raggruppano le ginocchia al petto, fiondati in stanza. Dagli occhi spillano lacrime amare con sottofondo di uggiolii. "Perché, perché sempre a me? Perché sono così stupido/a?". Poi la salvifica mano di un caro li carezza. Una voce amica sussurra parole innervate di conforto. E un guizzo di speranza gli anima gli occhi. Un guizzo che per farsi luce abbacinante che squarcia le tenebre dell'insicurezza abbisogna di un bagno di volti familiari e gongolanti. Necessita delle feste di Capodanno.
Un secco no adduco invece per l'altro interrogativo. Che parrebbe un'esplicazione del precedente e - invece - si riferisce a tutt'altra questione. Possibile? Sì, perché le parole - come sa bene chi ci si balocca per lavoro e hobby - sono infide. Irriducibilmente stronze.
No, nessuno davvero crede nei propositi imbastiti a fine anno. Tutti, più o meno - a seconda dei fumi dell'alcool - nutrono consapevolezza della vaghezza di cui sono intrisi. Persino la nonna con la palpebra pesante, pencolante fra sonno e veglia, che deve fingere di godersi gli schiamazzi per la gioia di quei nipotini che - se avesse in corpo la forza di vent'anni prima - riempirebbe di sberle. Tutti sanno che il fallimento - apparentemente obliatosi - è sempre nell'aria. Tutti hanno coscienza della fiacchezza della volontà, che non sorregge gli auspici, incespica nelle mille distrazioni disperdendoli in un mare magnum di luci, colori, tette, culi e cazzi.
E ci ritroviamo il Capodanno successivo. Ad augurarci gli stessi auguri. A brindare gli stessi brindisi. Noi, solinghe contraddizioni erranti. Noi, umani.
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