Loris Cantarelli
Fumo di china
8 Gennaio Gen 2015 1617 08 gennaio 2015

La principessa che amava i film horror (e altre storie di principesse)

C’è una casa editrice di fumetti che da oltre dieci anni, con certosina determinazione e instancabile passione, porta avanti una battaglia civile e culturale per una narrativa di qualità e senza barriere pregiudiziali: si chiama Tunué, e a gioiellini tradotti soprattutto dal mondo franco-belga ha l’ardire di affiancare opere inedite totalmente realizzate in Italia (non disdegnando fra l’altro opere di narrativa in prosa senza immagini e addirittura saggistica , con titoli preziosi e una vivacissima attività sul web).

In particolare, fra le collane dell’editore di Latina, si segnala da qualche tempo quella dal titolo Tipitondi, graphic novel interamente dedicati ai più giovani, brossurati dagli angoli smussati con storie e stili diversi ma uniti dall’ambizione di risvegliare la curiosità e “promuovere la contaminazione, l’apertura, il rispetto”, con tanto di blog dedicato.

Nella generale latitanza di proposte per i più piccoli (se si escludono i mensili Pimpa, Giulio Coniglio e G Baby), si tratta di un’occasione più unica che rara – ai limiti di perle preziose da custodire gelosamente, come La notte dei giocattoli e Viola Giramondo – per godere di opere piacevolissime sia nei testi che nei disegni, fruibili con soddisfazione a diversi livelli “da grandi e piccini”, non diversamente dai migliori libri d’infanzia che fanno volare con la fantasia, non bombardando ma suggerendo immagini e situazioni, rispettando l’intelligenza del lettore ben più che in altri contesti della fiction contemporanea.

Il caso della raccolta La principessa che amava i film horror (e altre storie di principesse) è ulteriormente interessante, perché in 144 pagine a 16,90 euro gli autori (Alessio De Santa ai testi e disegni, coaudivato per i primi da Daniele Mocci e per i secondi dai colori di Elena Grigoli) rielabora in chiave solo apparentemente sconclusionata gli archetipi delle fiabe ormai cannibalizzate da cinema e tv (anche se una certa primigenitura ce l’ha la serie Fables della Vertigo, in Italia proposte in vari formati da RW Edizioni), con finezza inusuale e divertita visualizzazione.

Le otto principesse protagoniste di questi racconti (inframezzate da altrettante vicende mute da due pagine ma spesso fittissime di vignette) sconvolgono i classici schemi del reame, del drago e del principe azzurro, fra comico e grottesco come nel Bel Paese si sa sempre meno realizzare: con metafore sottili e spiritose da cui si può perfino imparare qualcosa (oltre che scovare una miriade di citazioni, da Gustav Klimt a Jimi Hendrix). Tutta da gustare l’appendice La difficile arte del disegnare draghi, un “approccio scientifico-induttivo per le famiglie” che in sole quattro tavole illustrano con tassonomico divertimento queste creature ormai da tempo entrate stabilmente nell’immaginario collettivo.

Perché la fantasia e la curiosità traggono maggior linfa l’una dall’altra, quando si lasciano trasportare dall’ironia nella narrazione.

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