Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
11 Gennaio Gen 2015 1240 11 gennaio 2015

La liberazione dal Re voltariano, una ghigliottina per il sig. Napolitano

Grazie a Matteo Laurenti, che torna a scrivere su Costituzione e Quirinale.

"Liberté Toujours" (Libertà sempre)

                                                           (slogan brand Gauloises dal 1910 ad oggi)

“Mangiare! Guardatelo in faccia il grosso Marx, com'è gonfio! E ancora ancora se mangiassero, ma è proprio contrario quel che succede! Il popolo è re!...Il re salta i pasti. Ha tutto! Gli manca la camicia!...Sto parlando della Russia. A Leningrado, intorno agli alberghi, se siete turisti, fanno a gara a chi vi ricompra da testa a piedi (…) L'individualismo innato la fa da padrone, nonostante tutto, mina tutto, corrompe tutto. Un egoismo rabbioso, livoroso, brontolone, invincibile, già imbeve, penetra, corrompe quell'atroce miseria (…) Se l'esistenza comunista è l'esistenza in musica, più ragliante, equivoca e barbonesca, più carognesca che qui da noi, allora bisogna ballare tutti, tutti, niente più zoppi a rimorchio. Chi non ha voglia di ballare qualche disgrazia certo ha da confessare” (…)

                                   (Louis-Ferdinand Céline; Mea Culpa; Un pamphlet politico, 1936)

(ancora) a Simonetta.

Nel mentre dell'islamonausea al ventre molle dell'Europa (Parigi è sempre Parigi), nella Francia che già fu in preda alla “nausea” per modernissima vocazione alla metamorfosi tra le due guerremondiali e, sempre per indole della sua esistenza ormai svelatasi, fumando Gauloises bleu a stomaco vuoto (5 pacchetti al giorno), ha poi invocato la sua evirazione industriale come estensione economica al debito UE durante l'ultima coabitazione dell'Eliseo (Chirac-Clinton), la democrazia è ancora il minore dei mali? Come è vero che i toscani sono di estrazione franco-longobarda? Come è vero che i coccodrilli non piangono perché mangiano i loro cuccioli, ma perché li tengono nelle loro fauci per non essere depredati? Lacrime megaresi, versate da gente di indole cinica e malleabile, viscida e adattabile a diverse ere geologiche. La libertà non è più la tendenza culturale predominante del nostro tempo, in Italia. Come sovrastruttura è crollata. Come un ponteggio costituzionale e burocratico che ha nascosto una seconda (terza, quarta, quinta...?) “restaurazione” mai avvenuta, è stato smantellato quando la ditta che vinse l'appalto nel 1948 è ormai fallita (di un fallimento fraudolento, frode diretta per insolvenza, bancarotta). Il 12 dicembre scorso ero al monumentale di Staglieno (Genova). Ritornandoci dopo 18 anni per la seconda volta mi sono accorto di una peculiarità che solo il tempo può mostrare. Nel 1996 ci andai dopo le prime avvisaglie di una depressione adolescenziale, a rendere gloria alla tomba della famiglia Appiani (a memoria delle lacrime lontane della new wave), il mese scorso invece la mia meta è stata il Boschetto irregolare (grande quanto il mio comune di residenza), dove riposano a memoria dell'unione risorgimentale, parecchi garibaldini nel Campo dei Mille a loro dedicato, Michele Novaro (l'amico di Mameli e di Rino Gaetano. Conosciuto in quanto conterraneo di Fred Buscaglione da Giancarlo ai Murazzi del Po, dove all'alba (Novaro) intonava sempre il nostro Inno nazionale. Anche se purtroppo non ho visto neanche una viola intorno alla sua tomba) e Giuseppe Mazzini nel suo mausoleo in fondo a destra, dove vanno a pisciare quelli che non lo fanno in compagnia. Staglieno è la Pompei dell'Ottocento italiano, l'eterno non ritorno della Primavera di Praga, il tumulo della Rivoluzione classica ed insieme fossa comune della intellighenzia (mai lemma russo fu più appropriato per l'Italia) borghese ed illuminata dai lumi francesi, che mai fu rivoluzionaria in questa penisola. Davanti al Mausoleo Mazzini mi sono chiesto se mai ci sia stata una battaglia mazziniana contro il comunismo. Pensieri al limite della necrosi romantica di qualsivoglia idealismo ottocentesco. Sentimenti sotto due metri di terra infossati dentro un tempio di marmo e pietra recintato da guglie di metallo. Per chi e per cosa sono morti tutte quelle donne e quegli uomini che che nella “finestra” democratica del 1947 si sono prodigati ad ideare una Costituzione ad antologia di una neonata Repubblica europea? L'Europa mai più unita per il nostro bene del futuro remoto. Perché è un diritto e dovere civile nonché obbligo morale andare a votare in Italia? Non avendo e non potendo avere risposta da Giuseppe Mazzini, in quel primo pomeriggio ospite solitario della sua dimora eterna, ho provato a pensare allora alla Patria da lui pensata, un concetto stipulato come contratto con i banchieri che in quello spirito del tempo frequentavano Londra laddove alloggiava come custode del Museo delle Cere “Madame Tussauds”. Se chi ha combattuto, per quello che Giorgio Napolitano solo un quinquennio indietro definì “sforzo collettivo per un nuovo Risorgimento” e poi ancora “come scelta di parte” di comunisti, socialisti, cattolici, repubblicani, azionisti, monarchici e anarchici, per dare supporto all'esercito Alleato che ci liberò dal nazifascismo volesse ritornare in vita per una mera questione di riscossione di una vita nel mondo nuovo che verrà dopo la morte, che cosa farebbe di quello che vedrebbe per quello di cui ha versato il sangue e la sua vita terrena di passaggio? Non molto tempo fa sempre sulle pagine di questo blog avevo parlato di zombie in merito all'evoluzionismo austero della democrazia italiana ed europea. Ed ora come a Staglieno ci ripenso. Io non voto dalle politiche del 2008 (e votai PSI/Boselli, solo per non dare soldi a Veltroni che doveva comprare il suo appartamento a NYC) perché ho paura che i morti tornino in vita. Che una pandemia ci costringa, in un assedio all'interno di un luogo transitorio come lo sono le merci nel libero mercato europeo, di doverci difendere da chi ha combattuto per dare alla nostra patria il concetto di popolo (ribaltamento iperbolico che piacerebbe molto ai filofrancesi, dell'Italia mai fatta dagli italiani). I democratici di professione poi vedrebbero questa invasione dall'oltretomba come un atto di provocazione (ovviamente fascista...e quale altrimenti), in sfregio del loro aventiniano sdegno di non aver mai usato il Parlamento come loro Tempio contenente le sacre tavole della Costituzione. “Non accettiamo provocazioni” è sempre stato un loro moto di contrapposizione alla barbarie corporativa di chi li estromise dal riflusso parlamentare. E mai le hanno accettate davvero. Vedere una rivoluzione da lontano è sempre molto (molto) affascinante. Una fascinazione nel senso più letterale. Come il rogo di un bosco, un fungo atomico, una rivoluzione (francese), un'altra rivoluzione (socialista e poi fascista), come una Glasnost', come una Primavera libica senza più profeti socialisti. A pochi, pochissimi che io sappia, interessa rimanere affascinati da una pandemia di morti viventi arrabbiati che ritornano alle loro abitazioni per riprendersi le armi e tornare alla Bastiglia, a Porta Pia, al Palazzo d'Inverno, per liberare nuovamente il concetto di patria. Perché poi, come sanno bene gli assediati, non si possono fermare i (non) morti viventi. A meno che non si spari loro in testa. O proprio gliela si recida decollandoli. Per cercare di liberare una prospettiva che assomiglia sempre di più una via di fuga da questa Repubblica parlamentare fondata sul lavoro e governata da un Re dimissionario perfettamente conscio, come Faust di aver come notaio della sua morte l'ultimo soldato sovietico. Il quale, guardando al tramonto sull'ultima torretta del Muro, non è voluto diventare come Giorgio Napolitano.

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