Francesco Grillo
Il grillo parlante
13 Gennaio Gen 2015 0901 13 gennaio 2015

Terrorismo e economia. Cosa genera il sonno della ragione

“L’obiettivo del terrorismo è, appunto, terrorizzare; proprio come quello dell’omicidio è uccidere; ed il potere è definito dal potere in se che è il suo unico fine”.  È George Orwell a dare la migliore (e più semplice) definizione di cosa è il terrorismo nel famoso libro (1984) che racconta cosa stiamo diventando. L’unico filo rosso che unisce, dunque, le brigate rosse ai fondamentalisti islamici è il fatto che la finalità ultima dei loro atti è quella di produrre,attraverso il terrore,una reazione da parte delle opinioni pubbliche e delle classi dirigenti di intensità uguale e direzione opposta; in maniera tale da aumentare il livello di scontro e la capacità di fare proseliti disposti a combattere per il proprio disegno politico.

Ma cosa produce all’inizio questo terrorismo che ha la capacità di alimentarsi della rabbia dei suoi nemici? Qual è il legame tra terrorismo ed economia? Sono figli della crisi i soldati – arabi e occidentali – che si arruolano da volontari negli eserciti della “guerra santa”? Ed in che misura è vero che èla povertà delle periferie (ad esempio, di Parigi) il brodo di cultura del terrore che dobbiamo urgentemente prosciugare?

Alan Krueger, il professore di Princeton che presiede il Council dei consulenti economici di Barack Obama, ha scritto qualche anno fa uno dei pochissimi libri che cerca di studiare la relazione tra terrorismo – definito come nella citazione di Orwell – e le principali variabili economiche e sociali. Il risultato più sicuro è che il numero di attacchi terroristici non aumentano, come qualcuno ci si aspetterebbe, con il diminuire del tasso di crescita dell’economia: essi sono molto cresciuti negli ultimi dieci anni, proprio nelperiodo di più elevata crescita dell’economia globale. Non è vero, inoltre, che i terroristi nascono nel Sud del mondo per assaltare il Nord ricco: il 90% delle vittime sono mussulmani, con l’Iraq e il Pakistan che da soli contano la metà delle vittime. Non è, infine, vero che – come hanno sostenuto erroneamente alcuni Presidenti degli Stati Uniti - quanto più un individuo è povero o poco istruito, tanto più aumenta la possibilità che diventi terrorista: la biografia dei terroristi che realizzarono il più famoso degli attacchi terroristici della storia a Manhattan, dimostra che, al contrario, il background ideale è quello di persone che vengono da classi almeno medie e che hanno avuto la possibilità di rafforzare attraverso lo studio le proprie convinzioni e la conoscenza del “nemico”. 

Indubbiamente per compiere un’azione il cui successo dipende dall’assoluta disponibilità a sacrificarvi la propria vita, bisogna essere “disperati” e, magari, disoccupati come i fratelli Kouachi. Ma è una disperazione diversa da quella di chi si trova nei villaggi rasi al suolo in Nigeria dai terroristi diBokoHaramo da quella dei piccoli imprenditori italiani che di fronte all’ennesima cartella esattoriale hanno preferito togliersi la propria di vita piuttosto che fare violenza agli altri. Perché alla disperazione deve unirsi un progetto politico che chiama all’azione. Un’ideologia, un’idea di un mondo che possa essere diverso qui o nell’aldilà e qualcuno capace di fornirla. Il terzo terrorista di Parigi aveva provato entusiasmo per un’iniziativa di Sarkozy per creare occupazione tra i giovani, prima di convincersi che non c’è alcuna possibilità di cambiare il mondo attraverso strumenti normali e convertirsi alla follia di Al-Baghdadi. 

Dunque non è, in se, la crescita economica o il reddito pro capite che prevale in un certo Paese a rendere più probabile il terrore. Esso, invece, può trovare terreno fertile tra i giovani che non lavorano e neppure studiano (in Europa ci sono sei milioni di individui sui quali si è scaricato quasi per intero il costo della crisi) e dove la democrazia fa fatica ad includere e gli esclusi cominciano a credere in un progetto radicalmente alternativo. Più della crescita globale mai così forte, conta, dunque, la diseguaglianza che non è mai stata così grande: secondo un recente studio del Credit Suissel’8,6% della popolazione mondiale detiene l’85,3% della ricchezza del mondo. Essa divide, però, non più gli Stati ricchi e quelli poveri, ma all’interno degli stessi Stati pochissimi milionari e tantissimi la cui sopravvivenza dipende dal proprio lavoro: ciò produce conflitti chesono regolati quindi sempre meno dalle guerre tra Paesi, e sempre di più attraverso scontri all’interno di essi.

Più precisamente ciò che genera terrorismo è la disintegrazione di una Società in pezzi che non riescono più a comunicare, a regolare i conflitti attraverso ciò che chiamiamo democrazia. E tra le quali non è più possibile per un individuo transitare: del resto, è la mobilità sociale che spiega perché gli Stati Uniti hanno conosciuto – almeno fino all’11 Settembre - poco conflitto di classe e, persino, poco terrorismo.

Ad osservare i numeri verrebbe da dire che, dunque, una società aperta diventa meno vulnerabile solo se riesce ad aprirsi di più e con maggiore intelligenza. Se riesce ad essere più mobile, il contrario di ciò che suggerisce chi vorrebbe più muri; se rafforza o forse reinventa una democrazia capace di includere chiunque paghi le tasse (inclusi gli immigrati), invece di rattrappirsi ulteriormente; se riesce a passare dall’idea dell’integrazione (o del multiculturalismo o della tolleranza come semplice accettazione) ad una più avanzata di incontro dinamico tra visioni diverse del mondo che si innovano interagendo (e competendo che è nozione diversa da quella di chi stancamente continua a raccomandare dialogo). Se si pone – sul piano economico – l’obiettivo di aumentare il numero di giovani che hanno un lavoro sufficientemente stabile o studiano (in Italia si trovano un quarto di quelli che non lo fanno in Europa e questa è, forse, la notizia più preoccupante per il Ministro degli Interni) che è un aspetto collegato ma non coincidente con la crescita.

Certo tutto ciò può essere visto in contraddizione con l’esigenza più immediata di evitare che, come è successo a Parigi, un manipolo di guerrieri improbabili riescano a tenere sotto scacco centinaia di migliaia di poliziotti, dopo aver colpito bersagli così clamorosamente annunciati da tempo. Con la necessità di colpire all’origine e in maniera definitiva le fonti dalle quali arrivano armi, finanziamenti, assistenza logistica e addestramento. Ma la contraddizione è apparente: si tratta di essere molto più efficienti sul presidio del territorio e sulla richiesta che la dichiarazione dei diritti dell’uomo sia rispettata ovunque, in Siria così come in Europa (e ciò richiede un’integrazione degli apparati di sicurezzae di difesa sulla quale siamo in ritardo di quattordici anni); e, contemporaneamente,essere molto più inclusivi dando alla stessa dichiarazione universale il significato attivo che chiunque la sottoscrive deve avere un’opportunità.

È stato bello vedere ieri nella città che ha fatto la rivoluzione che ha sancito che tutti gli uomini nascono uguali, vedere Abu Mazen e Benjamin Netanyahu stringersi attorno alla stessa bandiera.Alla fine, però, ciò che conta è l’intelligenza che dimostreremo giorno per giorno. La capacità di ragionare di più, proprio quando gli eventi incoraggiano il sonno della ragione. Se l’obiettivo dei terroristi è, come dice Orwell, quello di diffondere la paura per vincere dove le armi della politica e quelle della guerra sono spuntate, allora questa è una sfida non tanto tra noi e gli altri. Ma tra noi e noi stessi. Tra il progresso ed il fanatismo che ne è l’ineliminabile alter ego. Tra la voglia di andare avanti e quella – che pericolosamente si insinua in Occidente – di chiuderci in difesa di ciò che abbiamo e che si sta sgretolando.

Articolo pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino del 13 Gennaio 

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