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Behind reputation
14 Gennaio Gen 2015 1218 14 gennaio 2015

Il valore dei “valori”. La comunicazione nei giorni delle stragi di Parigi.

Nel momento in cui scrivo, il valore (in caduta libera) di un barile di petrolio è arrivato a 44.58 dollari. Più oscillanti, anche perché l’ISIS non fornisce dati e non ha bilanci, sono il valore di un’autobotte di greggio sul mercato clandestino e il guadagno che da questo traffico ricava l’organizzazione terroristica, stimato comunque da più fonti in alcuni milioni di dollari al giorno.

Più variegato diventa il discorso se si parla invece del valore di un kalashnikov. Mercato legale o illegale? Modello originale russo (non ufficialmente in vendita) o “copia” cinese? Il buon vecchio AK-47 o il nuovissimo AK-12? Che si voglia andare ad acquistarlo direttamente nei Balcani o che si reperisca localmente, sembra che con la modesta cifra di 2.000/2.500 dollari ci si possa portare a casa uno dei fucili utilizzati nelle stragi di Parigi.
Ecco allora che anche l’ISIS, insieme ad Al Qaeda e ai terroristi di tutte le bandiere, condivide con il mondo della globalizzazione alcuni valori tangibili, per quanto mobili: quelli del mercato, dove l’unità di misura, paradossalmente, è proprio l’odiata moneta del Regno di Satana: il dollaro, appunto.

Quando si passa però dal valore di scambio ai valori intangibili della morale e della vita associata, il discorso si fa molto più complicato, con implicazioni spesso contraddittorie.

In questi giorni la parola “valori” è stata al centro di tutte le conversazioni. Giornalisti, politici, intellettuali, cittadini comuni l’hanno utilizzata continuamente e forse (è l’argomento di questo breve articolo) anche con una certa leggerezza.
Perché si è sentito subito il bisogno di parlare di “valori” – anzi, di invocarli? Sicuramente perché si tratta di una parola “calda”, carica di elementi emotivi. E poi perché si deve aver pensato che ci fosse il bisogno di qualcosa che unisse; qualcosa di buono e di pacifico (ma anche di vago) da opporre alla violenza cieca – un po’ come la matita appuntita di “Charlie Hebdo” si contrappone, anche nella forma, al fucile degli assassini.

E’ stato infatti il primo massacro a condurci per mano verso una chiave di lettura fin troppo facile: si attacca il valore della libertà di opinione nella patria stessa delle libertà. La strage al supermercato kosher (mediaticamente messa in secondo piano rispetto al primo evento e non solo per una mera questione cronologica) ha reso quantomeno parziale la prima lettura, tornata però prepotentemente al centro dell’impressionante manifestazione di domenica.

Anche nel panorama dei tweet italiani successivi agli eventi la parola “valori” ha avuto un’impennata fortissima.... CONTINUA A LEGGERE SU BEHIND REPUTATION

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