Francesco Grillo
Il grillo parlante
20 Gennaio Gen 2015 0855 20 gennaio 2015

Ma l'Europa assente indebolisce l'azione della Banca Centrale Europea

Pochi in Europa hanno notato, mercoledì scorso, un evento che ha provocato la reazione degli analisti delle banche internazionali abituati a ragionare in termini di “soglie”e, evidentemente, della stessa banca centrale svizzera: l’Euro ha raggiunto, cadendo, la stessa quotazione che fece registrare il primo giorno della sua storia, il primo Gennaio del 1999.Dopo 15 anni siamo al punto di partenza sopra il quale la moneta unica è rimasta, più o meno, stabile per quasi tutta la sua esistenza, anche nei mesi nei quali era stata più vicina al suo sfaldamento. Ed è tale circostanza che fa pensare che persino la decisione della Banca Centrale Europea di ricorrere, per la prima volta nella sua storia, alla “creazione di moneta attraverso l’acquisto di titoli”, rischia di essere poco efficace. Il guaio vero, però, è che le armi non convenzionali di Mario Draghi continuano ad essere l’unica trincea che l’Europa sembra aver eretto attorno alla propria moneta unica. Per salvarla, bisognerebbe ricominciare a crescere e farlo in maniera intelligente. Ma per riuscirci è necessaria una strategia di cambiamento che parta dall’articolazione del budget della Commissione e arrivi a quello della spesa pubblica negli Stati, senza la quale Draghi rischia di rimanere da solo con il suo bazooka.

Questa settimana chepassa attraverso la riunione del comitato che governa la Banca Centrale Europea e si conclude con le elezioni in Grecia, sembra, in effetti, essere l’ennesima settimana decisiva per il futuro dell’Europa. Tuttavia, anche se le decisioni di questa settimana cambieranno la natura della Banca Centrale Europea, sono non pochi i dubbi sull’efficacia della manovra.

L’aumento della moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli è, di fatti, una misura da “ultima spiaggia” che è servita, senza dubbio, negli Stati Uniti e in Inghilterra per scongiurare il fallimento di un sistema finanziario arrivato nel 2008 vicino al collasso. Più indiretto e incerto è, invece, l’impatto che l’iniezione di soldi nel sistema può avere sulla crescita, come dimostra il caso del Giappone che - dopo aver lanciato un programma di acquisiti di aumento della base monetaria di 700 miliardi di dollari all’anno - si ritrova in una recessione (-1,3% nell’ultimo trimestre), persino, peggiore della nostra, anche se con la magra consolazione di aver riportato l’inflazione a livelli superiore al 2 per cento.

I dubbi aumentano, poi, nel caso dell’Europa: di certo, un imponente aumento della base monetaria (fino a 1000 miliardi di euro) stronca il pericolo della deflazione che accelera o, perlomeno, rende cronica la depressione. E, tuttavia, difficilmente il bazooka di Draghi riuscirà a rianimare il malato: l’effetto del “quantitative easing” sull’economia non è diverso da quello che ha l’utilizzazione di armi tradizionali - trasferire soldi alle banche o ridurre il tasso di sconto  – che la Banca Centrale ha già utilizzato non riuscendo, però a generare né un trasferimento della liquidità addizionale dalle banche alle imprese, né un miglioramento di quella propensione ad investire da parte delle imprese che dovrebbe essere il vero obiettivo finale di una politica monetaria che si ponga l’obiettivo della crescita. Ci sono, anzi, nella mossa di Francoforte due rischi che Draghi è costretto a considerare: il primo è che la creazione di moneta rafforzi le aspettative di una caduta non facilmente controllabile della moneta unica con conseguente ridimensionamento dell’esposizione dei fondi internazionali all’area Euro; il secondo è che la manovra crei un’ulteriore divaricazione tra il prezzo dei titoli di Staticome l’Italia, e la valutazione che della solvibilità di quegli Stati danno le agenzie di rating internazionale. I due fattori rischiano, insieme, di far, di fatto, uscire i titoli del debito pubblico dei Paesi europei in maggiore difficoltà dai mercati finanziari globali e, pericolo ancora più grave, di ridurre l’urgenza che quegli Stati sentono per compiere le riforme strutturali. Di cui tutti parlano, senza, però che ce ne sia una definizione chiara a livello europeo.

Ed è questo, forse, l’elemento di maggiore debolezza della strategia che l’Europa sta cercando di proporre a se stessa per risponder ad una crisi infinita.

Aldilà del giudizio sulle cure che Draghi cerca di somministrare, il problema è che Draghi continua a sembrare l’unica risposta possibile. E ciò ha ridotto l’intero dibattito ad un confronto macro sulla quantità della medicina da assumere e non sulla natura del cambiamento che l’Europa, come Unione, e i Paesi, ciascuno con le sue criticità, devono affrontare. In questo contesto, aumentare le risorse a disposizione può, nella peggiore dell’ipotesi, prolungare la sopravvivenza di modelli sociali, industriali, istituzionali che non sono più sostenibili e rallentare l’emersione di soggetti nuovi.

È vero che il piano Junker è, come dice il Vice Presidente Katainen, l’unico disponibile per aumentare gli investimenti pubblici e incoraggiare le riforme. Ma è allora urgente che quel Piano si focalizzi sulla declinazione di questi obiettivi in cambiamenti concreti da chiedere agli Stati. Va bene porre il principio, come fa l’ultima comunicazione della commissione del 13 Febbraio, che non basta una legge per compiere una riforma e che le riforme valgono, come elemento di flessibilità, solo se vengono implementate e se ne dimostra l’impatto sui conti pubblici e sulla crescita. Ma ciò non è sufficiente se non chiariamoche cosa significa voler una crescita intelligente e quali scelte ciò richiede.

Ad esempio, su come distribuiamo risorse pubbliche scarse tra investimento sul futuro e spesa nel passato in Paesi che hanno problemi, sorprendentemente simili, come la Germania e l’Italia. I due Paesi sono entrambi tra i cinque che meno investono - tra quelli OECD - per scuola e università; e tra i cinque che più spendono in pensioni. Certo l’Italia sta messa peggio della Germania, visto che spendiamo in passato tre volte più di quello che investiamo in futuro. Ma è, altrettanto certo, che non ha senso parlare di crescita intelligente se nella stessa Germania (e nel resto d’Europa) si spende il doppio in trasferimenti previdenziali di quanto si spende per formare il proprio capitale umano, mentre in quasi tutti gli altri paesi sviluppati non europei si spende più in conoscenza che in sussidi. Con questi fondamentali l’Europa non può che continuare ad invecchiare e, qualsiasi iniezione di moneta, rischia di essere come acqua scaricata su un deserto di idee.

La novità di quest’inizio 2015 è che la Germania e l’Italia,dopo essersi fronteggiati sul fronte del dilemma tra austerità e rigore, si trovano entrambe sulla stessa barca bloccata da una bonaccia che rischia di durare altri dieci anni. E, oggi, scopriamo che i termini di quel dibattitonon erano né i più appassionanti e, neppure, quelli decisivi.

Bisognerebbe, allora, tornare con urgenza a parlare non solo di bazooka, ma di come l’Europa, cioè ventisette comunità nazionali, immaginano il proprio futuro. E, soprattutto, precisare i termini concreti del progetto di cambiamento necessario per arrivarvi, laddove il cambiamento – per definizione – non può non comportare modifiche nella composizione della spesa pubblica, oltre che del rapporto tra i suoi aggregati ed il PIL, capaci di far arrivare un messaggio chiaro capace di generare aspettative e cambiare comportamenti. Altrimenti, continueremo a rimandare di settimana in settimana, immaginando che la prossima sia quella decisiva, e aspettando da Mario Draghi armi sempre più potenti per risolvere un problema che è, invece, molto più diffuso.

Pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino del 20 Gennaio

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