Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
24 Gennaio Gen 2015 1325 24 gennaio 2015

L'APPUNTAMENTO. 23/04/1992. Ci vediamo in Camera giovedì sera, Giorgio.

Grazie a Matteo Laurenti, che oggi torna con tre Giulio e un Giorgio...

Nell'attuale quadro della conflittualità europea, pur rammaricandomi di interrompere il salto di qualità verso Trento, obiettivo ottimale a cui mirava la mia strategia dell'attenzione, devo riconoscere alla volontà politica della maggioranza, un'irreversibile valore prioritario”. Punto. Se me pagate il telegramma se no dico “Obbedisco!” e faccio cadere il governo”.

                                                                                       (Pippo Franco; Biberon, 29 novembre 1988)

“Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me. E' soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato. E, l'essere citato qui, dopo che i più fluenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. (…) Ovvero, pensate proprio, di fare del porto di Trieste, un emporio per l'Europa centrale? Ma allora il problema è economico. Non politico”!

                                                           (Alcide De Gasperi; La Conferenza della Pace, 29 agosto 1946)

a Oreste e Giulio.

Il 29 novembre 1988, Giulio Andreotti sale sul palco del Bagaglino e diventa un fratello Marx. Groucho, Harpo, Zeppo, Chico, Gummo e Giulio. Woody Allen amava dire su Groucho, il più famoso di loro, che aveva una grandezza innata che sfidava l'analisi più accurata come accade in tutti i veri artisti. Esaltava la sua “impudente strafottenza” verso l'ordine logico e quindi aristotelico, della società nella sua concezione millenaristica, utopica e moralmente idealista. Che c'era una grandezza innata in Groucho, in quanto sfidava l'analisi più accurata, come succede con tutti i veri artisti. Che Lui era semplicemente unico e lo sarebbe stato ancora per i prossimi mille anni.

Salendo su quel palco, quella sera, oltre al capo comico delle maschere, Pippo Franco, c'era anche Oreste Lionello, in qualità di, Giulio Andreotti. Nel loro stringersi la mano c'è qualcosa simile ad un crash, logico e sensoriale, dissacrante. Primo perché finalmente Giulio Andreotti conosceva il suo doppio Giulio Andreotti. Secondo, perché Lionello, oltre ad essere un fondamentale, sulle assi del vaudeville di Pingitore, era anche la voce di Groucho Marx e Woody Allen per il nostro popolo italiano. Lionello come corpo dell'arte tra Manhattan e Piazza di Monte Citorio, dello sdoppiamento fra sofisticata nevrosi umoristica e innata predisposizione politica a far ridere il popolo.

Il “pezzo” di Giulio dura in tutto una dozzina di minuti e lui, saldamente piazzato dalla regia in mezzo alla scena, tra Franco (alla sua sinistra) e Andreotti (alla sua destra), si lascia condurre in risposte simili a difese in requisitorie plautine, sul suo governato, sulle tasse simili all'alternanza dei Papi che muoiono, Garibaldi e le sue cameriere, Garibaldi e Craxi, Craxi e la staffetta dell'alternanza e sull'umiltà necessaria che si deve  apprendere da giovani per saper comunicare tutta una vita come un episodio divertente, come per esempio prendersi la briga di governare questo necessario pandemonio risorgimentale chiamato Italia.

Ad un certo punto, sul finire, come personaggio vivente, Giulio Andreotti stringe sul suo duplicato fantasma Giulio Andreotti e lo sferza con una comprensione della battuta comica totalmente “marxista” dicendogli allo specchio: “ Se si mette le scarpe un po' più alte la mando a sostituirmi in qualche caso”. Giulio Andreotti e Giulio Andreotti ridono entrambi, così come Pippo Franco e tutto il pubblico che insieme applaude sincero. L'ultima battuta, la chiusura, è affidata però ad una promessa tra Giulio e Giulio di rivedersi. Giulio fa notare a Giulio che non era la prima volta che si vedevano ma era già successo una volta antecedente in un altro luogo ed orario. Quindi, magari, non essendoci un due senza il tre, Giulio chiede a Giulio se e dove si sarebbero potuti vedere di nuovo dopo la bella serata, passata insieme al Bagaglino. Lo chiede come un'ipotesi azzardata di un doppio fantasma che vuole entrare nel camerino del suo personaggio vivente ma che in realtà non ci crede più di tanto. Lo vorrebbe sinceramente, ma a stima sa che il personaggio vivente ha mandato a stendere molti altri e più importanti di lui, per molto meno. Giulio però, avendo passato una serata così piacevole, non vuole lasciare Giulio come un attore estimatore che desidera entrare in contatto con un attore suo punto di riferimento e quindi gli risponde: “No no, guarda, prendiamo un appuntamento. Di giovedì sera nel 1992”.

Fine del pezzo di Giulio personaggio vivente.

Fine del pezzo di Giulio duplicato fantasma.

Fine del varietà, della rubrica, della commedia, dell'innocenza repubblicana.

Un giovedì sera del 1992 (in aprile, il 23), è varata la XI legislatura della Repubblica Italiana. La più breve. L'ultima della Prima. Quella che nel mese susseguente porterà alla presidenza il novarese Oscar Luigi Scalfaro come Capo dello Stato, Presidenti del Consiglio; Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, Presidente del Senato; Giovanni Spadolini e Presidente della Camera dei Deputati; Giorgio Napolitano (dopo Scalfaro stesso). Due mesi prima, nel febbraio, era scattata l'operazione “Caccia al cinghiale”, in una stanza del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Terminata solamente 8 anni dopo in un paese oltre il Mediterraneo, dove la carne di suide è sempre stata bandita in quanto impura, ma non per questo maledetta o anzi rispettata per le virtù del cinghiale, valorosa e tenace preda di ogni battuta di caccia che si rispetti come una partita a scacchi.

Con la II Repubblica si decise quindi di risarcire Togliatti nei confronti di De Gasperi, quando “Il Migliore” diede l'approvazione nel 1947 al tavolo della costituente, alla ratifica dell'articolo 7 sulla Pace religiosa dei Patti Lateranensi del 1929. Palmiro Togliatti così facendo, credette veramente di aver meritato un posto nel nascituro governo italiano repubblicano, sacrificandosi anche all'incomprensione della base combattente della Liberazione. Ma così non fu davvero poiché chiuso fuori. Estromesso. E la Cortina di Ferro divenne una duplice fila di chiodi alle scarpe de Il Migliore per prendere a calci De Gasperi.

E di risarcire anche Berlinguer. “Il più amato”, da, non uno ma due compromessi storici con la Democrazia Cristiana. Consci che l'elettorato operaio si fosse lasciato l'anticlericalismo alle spalle, come un abito mentale ormai logoro. Tutto per essere i “privilegiati” interlocutori della DC. Senza mai capire (o accettare l'evidenza) che la DC chiedeva sempre molto al tavolo di contrattazione, per dare poi molto poco in concessione agli accordi prestabiliti. Tutto si complicò nel 1976  all'Hotel Midas. Quando furono i socialisti  “quarantenni di Nenni”, autonomisti e anti-massimalisti a voler essere loro quei privilegiati interlocutori della pancia elettorale democristiana dell'Italia. Uno storico e giornalista come Sergio Romano avrebbe detto che gli avvenimenti (storici) hanno la prerogativa di mandare all'aria l'agenda degli uomini (politici...e non. E forse lo ha anche detto).

I comunisti per decenni si sdoppiarono in creature politiche solidali ai governi (a patto che pregassero  5 volte al giorno la Costituzione. Verso Est ovviamente), e contemporaneamente, minacciosi antagonisti all'opposizione, dentro, fuori e al centro dell'agone politico. E questo come costante sinistra rimasta ancora molto dopo la fine del PCI. Fino ancora con non uno ma due (!!) governi Prodi, prima con Bertinotti poi con Ferrero. Personalmente già parlai da questo blog > giornale, nel marzo del 2013 della evoluzione democratica del PD come “scissione”. Era il momento topico delle primarie Bersani – Renzi (primo match), con Bersani davanti alla birra e Renzi nel camper di Craxi che cercava le sue sigarette al mentolo (Renzi non fuma ma Berlinguer anche troppo, quindi...). Ora, gennaio 2015, a quasi due anni da quell'articolo che scrissi, con le dimissioni di cui avevo già parlato come stesso tema nel precedente mio intervento su Giovine Europa Now, ci ritroviamo dopo 70 anni ad avere un Repubblica con il Re ancora sul trono, come nel 1946, quando De Gasperi Presidente del Consiglio intimò al giovane ultime Savoia di andarsene da qualche altra parte (LIsbona) in quanto “monarchico” esule in patria. Con una differenza però.

Giorgio Napolitano ha un erede molto interessante. Il secondogenito Giulio (classe 1966), su cui in parecchi hanno gli occhi puntati (me compreso).Il punto però è un altro, ed è divertente come Giulio (Andreotti, non il duplicato fantasma di Giorgio Napolitano). L'umorismo è una sublimazione benevola esteriore del lato predominante (e spesso pubblico) di un uomo, tanto più di un “personaggio pubblico”, come può legittimamente dirsi un politico. Il potere politico e comico che fu di Giulio Andreotti risiedeva non nella facile denigrazione (esterna o interna poco importa) della sua figura politica di personaggio vivente, ma nell'esposizione pubblica del suo divertimento e della sua ironia caustica (se non crudele) che sono state presenti nel suo governare uno Stato monocolore (Bianco) quale è stato l'Italia. Il ribaltamento della stretta di mano tra Giulio e Giulio è la stretta di mano della stessa prima Repubblica. Quella con solo un partito al Governo (DC). Finché qualcuno ha deciso che non dovevamo più ridere. Gli esseri che davanti a noi dicono e sembrano “integri” (moralmente, politicamente, culturalmente, blah blah blah, economicamente...) ma  che in realtà sono sopravvissuti finora pazientemente poiché profondamente divisi in due. Nella loro scissione, sono consci di non essere responsabili delle loro colpe, ma contemporaneamente sono e saranno per sempre ossessionati dal senso di colpa di essere sopravvissuti a spese di altri che non sono più loro stessi. Lo stesso senso di colpa che li ha portati al suicidio (non) eleggendo Matteo Renzi con i voti di Bersani a Presidente del Consiglio. Quello che sa già chi sarà il prossimo presidente della Repubblica. Uno dei punti fondamentali dell'accordo di Giorgio Napolitano con lui, in un loro appuntamento alla Camera.

* L'XI Legislatura della Repubblica Italiana è stata in carica dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994, per un totale di 722 giorni. È stata la legislatura più breve della storia della Repubblica Italiana nonché l'ultima della cosiddetta Prima Repubblica.Il 25 maggio 1992, al 13º giorno di elezione, il Presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro è eletto Capo dello Stato con 672 voti su 1002.

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