Luca Barni
Banchiere di provincia
7 Febbraio Feb 2015 0828 07 febbraio 2015

Quando si condivide la strada, il cammino è sempre meno arduo

Tante volte, nei miei post, ho messo in contrapposizione scale diverse nel mondo finanziario; oggi, invece, voglio sottolineare l’unisono nelle dichiarazioni rese, a pochi giorni di distanza, sulle pagine economiche de La Repubblica, fra Fabio Panetta, vicedirettore della Banca d’Italia, e Sergio Gatti, direttore di Federcasse, la federazione che riunisce le banche di credito cooperativo. Ecco alcuni punti di contatto che mi piacerebbe diventassero la bussola per l’agenda del mondo bancario nell’immediato futuro. Primo: stop a ulteriori aumenti dei requisiti di capitale bancario. E la ragione è molto semplice: a farne le spese è il credito, ossia il motore della crescita. “Dobbiamo trovare il giusto punto di equilibrio fra stabilità e impulso all’economia” ha detto Panetta; “L’austerity non può andare avanti all’infinito –gli fa eco Gatti– o avremo banche supersolide con il deserto intorno”. Che sarebbe a dire, il peggior credit crunch possibile è quello normativo; così, infatti, si strangola ogni possibilità di ripresa economica alla fonte. Secondo: il vero busillis delle banche non è la liquidità, ma sono i crediti deteriorati, ossia la più pesante eredità della crisi. “…speriamo ci siano altri passi avanti (del Governo italiano a Bruxelles ndr) come un’iniziativa, compatibile con le regole di Bruxelles e di finanza pubblica, per estrarre le sofferenze dalle banche” -  fa presente Gatti. E Panetta, sull’ipotesi di una bad bank fatta dal ministro dell’Economia Padoan: “La bad bank è un concetto diverso da quello che ho in mente. La bad bank è stata utilizzata in sistemi in cui le banche erano in crisi. Da noi la situazione è diversa (…). Le banche stanno già dismettendo i crediti deteriorati. Se lo fa una banca non ci sono problemi. Ma se dovesse essere tutto il sistema a rivolgersi contemporaneamente al mercato, il mercato potrebbe non avere la capacità di finanziare quell’operazione. In questo caso vi può essere un ruolo per un operatore pubblico”. Anche sul tema della riforma degli istituti popolari e sulle conseguenze che deriveranno all’operatività bancaria di tutti i giorni, c’è identità di vedute. Per Panetta “Il provvedimento non mette in discussione il modello popolare o cooperativo. (…) solo le grandi popolari dovranno trasformarsi in società per azioni. Credo che i banchieri più capaci sfrutteranno queste misure per conseguire guadagni in efficienza, crescere, entrare in mercati nuovi, sostenere le imprese migliori”.Avere escluso le piccole Bcc dalla riforma, dunque, pare cosa giusta per entrambi i frontiGatti ha risposto con i dati di questi anni alla domanda del giornalista di Repubblica sulla stretta creditizia: Nel solo ultimo biennio le Bcc hanno reso disponibile a famiglie e PMI ( da sempre loro clientela di elezione) liquidità aggiuntiva per 6, 3 miliardi. 'Segni che la banca di territorio resta un valore”. E fra tante, doverose riforme, lo resti ancora - mi viene da dire.  

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