La pelle di zigrino
10 Febbraio Feb 2015 1343 10 febbraio 2015

Elogio del partito di opinione. E delle minoranze.


Beata solitudine

Per la tempistica di queste colonne, la notizia è quasi una recentissima.

Venerdì scorso, infatti, è stato annunciata da 8 senatori del Gruppo di Scelta Civica la loro confluenza nel gruppo al Senato del Partito Democratico del premier Renzi.

La notizia, oltre a confermare il tracollo politico e parlamentare dell’esperienza del montismo, è alquanto significativa.

Quel gigante della Storia che è stato Winston Churchill, per giustificare i propri andirivieni partitici soleva dire “c’è chi cambia partito per non cambiare idea, c’è chi cambia idea per non cambiare partito”.

Non sappiamo a quale delle due categorie appartengano i neo senatori del PD.

A sentirli nelle dichiarazioni ufficiali, pare abbiano sostenuto che la loro confluenza testimonia il raggiungimento dello scopo della stessa Scelta Civica.

Insomma, come quando si scioglie un’associazione, o una società, una volta perseguito l’oggetto sociale. La questione, però, non è di quelle da passare sulle scrivanie dei cavillosi giuristi. Piuttosto, invece, ci induce ad una riflessione un po’ più ampia sul significato oggi dell’impegno politico e, ancor di più, sull’importanza delle idee in politica.

Sia come sia, gli esuli montiani hanno poi arricchito il loro addio con una precisazione, d’ordine elettorale: dopo il tracollo della lista alle elezioni europee (premiati con un magrissimo 0,7%), si era già registrato l’abbandono degli ossimorici lidi montiani da parte dell’elettorato. Elettorato che avrebbe premiato, invece, il nuovo corso renziano.

E quindi, per chiudere l’argomento, gli oramai ex senatori di Scelta Civica altro non avrebbero fatto che seguire, ordinatamente, il proprio elettorato, rimpolpando le schiere del renzismo. Triste destino, sia detto di passata, per chi aveva cercato di rappresentare l’onere della leadership contrapponendola alla followship.

Ora, poco importa ricordare agli ex senatori montiani che la campagna elettorale per le europee era stata artatamente ritagliata, sui media, come lo scontro tra la civiltà (impersonata da Renzi) e gli unni alle porte. Questi ultimi utilmente individuati nei novelli squadristi grillini e dalla sempre possibile, e doverosamente evitabile, rinascita del’ex cavaliere Berlusconi.

E che a questo disegno mediatico, superbamente orchestrato, more solito, dalle colonne de la Repubblica, la lista cui facevano riferimento i montiani ed alcuni gruppi variamente liberali aveva aggiunto la tradizionale insipienza e l’autolesionismo tipico delle terze forze liberaldemocratiche in Italia.

Troppo deve aver pesato, nel paese che ha fatto del consenso permanente, e del sondaggio in tempo reale, il principale giudizio ordalico di qualsiasi offerta o proposta politica, l’infamante destino dell’esser a capo di un partitino con percentuali da prefisso telefonico. Come usava dire ai tempi della troppo vituperata prima repubblica.

La mediatizzazione della politica non è fatta per grilli parlanti. E tagliata su misura, invece, per il Grillo nazionale e per i vari suoi concorrenti, tutti inguaribilmente malati di incontinenza verbale ed amor dell’iperbole. Malattie che possono esser debellate solo tramite la somministrazione di dosi massive di quell’antidoto prezioso che è l’esercizio della memoria. Antidoto, però, che nemmeno in periodi di diffusione dei farmaci generici riesce ad esser scovato in dosi sufficienti.

Infatti, a poco servirebbe ricordare, ai politici moderni insaziabili ricercatori di consensi a doppie cifre, il ruolo svolto, in Italia, dalle forze di minoranza, da quei partiti(ni), definiti un tempo “partiti d’opinione”, il cui consenso era tanto mutevole ed effimero quanto importante e determinante nel registrare gli orientamenti più avanzati della società italiana.

Inutile, quindi, ricordare il ruolo politico svolto dal piccolo e glorioso partito repubblicano italiano, dagli elettori premiato nel 1963, in concomitanza dell’inaugurazione del centro-sinistra, con un magrissimo 0,8% di voti (voti, tra l’altro, in condominio con il Partito Radicale).

Ma quell’impalpabile consenso non impedì mai ai repubblicani, ed in particolare al loro leader Ugo La Malfa, di fungere da autentico stimolo e motore politico, praticando quella che venne definita la politica del gioco di sponda.

Del pari inutile ricordare il ruolo che le forze di minoranza ed i minuscoli partiti(ni) d’opinione seppero svolgere nell’ampliare i diritti civili in un paese troppe volte bechino e bigotto. Fu così che si ottenne la legge sul divorzio e grazie a questa persino la legge attuativa del referendum. Piuttosto che la legislazione sull’aborto e sull’obiezione di coscienza. Ancor prima, furono sempre queste flebili voci e queste impalpabili forze elettorali a garantire l’ancoraggio europeo all’Italia.

Per farla breve: non è necessario, e non lo fu mai storicamente, pesare il 30% su di un piano elettorale per proporre o guidare il processo di riforme in Italia. Anzi, spesse volte proprio i partiti maggiori, i partiti dotati di ampio successo popolare hanno agito come freno a qualsiasi avanzamento politico e culturale.

Certo, si dirà, ma quella era l’Italia repubblicana proporzionale, oggi, invece, dobbiamo spingere verso il sistema maggioritario, intimamente semplificatore delle forze in campo.

Obiezione scontata, ma non pertinente.

Non solo perché per noi resta sempre buono il monito di quel bastian contrario di Longanesi per il quale “un idiota resta un idiota, due idioti restan due idioti, ma una moltitudine di idioti sono una forza della Storia”, ma anche perché la giustificazione stessa di un sistema parlamentare è quella di giovarsi, il più possibile, delle opinioni del singolo. E non tanto perché noi si appartenga orgogliosamente alla sottile schiera degli individualisti. Ma perché la storia della nostra umanità, dai tempi di Cristo in poi, ci ha insegnato l’importanza del singolo contro la moltitudine.

Ma anche perchè in piena epopea maggioritaria non mancò l’avvertimento delle minuscole cassandre politiche.

Se è vero, come è vero, che prima del varo, con quattro voti di maggioranza, della nefasta riforma del titolo V della Costituzione (erano i tempi del centro-sinistra dalemiano), lo stesso D’Alema venne avvertito dal solitario Guglielmo Negri, compianto dirigente del piccolissimo Partito Repubblicano, dei rischi, politici ed istituzionali, insiti nell’approvare una tale riforma a colpi di maggioranza.

Perché ci prendiamo la briga di ricordare tutto questo? Non per pedanteria, e nemmeno per l’antico vezzo di voler aver torto oggi per aver ragione domani.

Sono lussi, questi, che l’austerity non ci consente di mantenere.

Semplicemente per ricordare che il più delle volte il peso politico non si misura con il consenso elettorale, e che le buone idee devono, e possono, esser alimentate da piccoli gruppi, capaci di affermarle anche di fronte e contro i titani parlamentari.

Certo, a condizione che vi siano buone idee.

Per parte nostra, e nonostante tutto, non avremmo buttato all’aria, come un paio di scarpe rotte, l’esperienza del montismo.

E forse quella vecchia sigla avrebbe potuto esser arricchita, nell’esergo del partito, dal vecchio motto di Guglielmo il taciturno: non è necessario aver speranza per intraprendere, non occorre aver successo per perseverare.

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