Dario Russo
Babele
13 Febbraio Feb 2015 2021 13 febbraio 2015

Web e innovazione: il treno che l’Italia sta perdendo

Per poter ben definire quanto sia sviluppata la rete negli ultimi anni, partiamo subito da qualche numero.

Nel 2000 nel mondo c’erano 394 milioni di utenti, nel 2014 siamo arrivati a quasi 3 miliardi, tanto per rendere al meglio l’idea, circa il 40% della popolazione mondiale è connessa ed i numeri – secondo varie previsioni – dovrebbero continuare a crescere, sia per gli investimenti che molti paesi fanno per la banda larga (e non solo), sia per le iniziative delle imprese che provano a portare internet dove la rete non arriva; il caso più rilevante è quello di Facebook che con il suo ente no profit (Internet.org) - in collaborazione con sei operatori telefonici - ha l’intento di portare la connessione, offrendola gratuitamente, in paesi come Ghana, Kenya, Zambia, Tanzania, Colombia e India. Anche se in questo caso, l’accesso alla rete è fortemente limitato poiché sarà possibile accedere solo a 38 siti web e servizi, il progetto rende comunque bene l’idea di quanto questo investimento commerciale (travestito da no profit) passi attraverso lo sviluppo dell’infrastruttura per poter genera futuri introiti.

La vera sfida per tutti gli operatori del settore ha due grandi aree di interesse: il primo l’e-commerce con numeri che si rivelano sempre più interessanti da molti anni, il secondo il mobile device  dove in tanti studiano nuove strategie di marketing dato che l’utenza pian piano si sta spostando sempre più su smartphone e tablet.

Guardando gli ultimi dati di Audiweb possiamo quantificare il peso di internet nel nostro paese, dove registra una crescita di audience nel giorno medio di circa il 3% con un vistoso +20,4% per la fruizione da device mobili.

Sembrerebbe che possiamo ben sperare, ma ci sono diverse criticità da affrontare. La prima è legata alla velocità della nostra banda larga che come viene evidenziato con dati e test di velocità presenta dei numeri sconfortanti.

A questi riferimenti, aggiungiamo anche la mancata rivoluzione nel campo dell’istruzione che - come sottolinea Gian Antonio Stella sul Corriere -  vede attive solo 38 scuole digitali su 8.519, nonostante i roboanti proclami della politica.

Un vero peccato, anche perché quando si investe in modo sensato, molte idee possono dare bei frutti, come accade al'Itis Majorana di Brindisi con il progetto Book in Progress.

Il problema resta sempre lo stesso, pochi investimenti che in alcuni casi non vengono sfruttati e molti comuni senza internet, dove solo la buona volontà dei cittadini - come nel caso del Progetto Teco – riesce a sopperire al vuoto istituzionale.

A tutto ciò, aggiungiamoci il digital divide che unito all’analfabetismo di ritorno ci porta a formulare una domanda lecita: che futuro possiamo mai aspettarci con un presente così poco confortante?

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