Luca Serafini
Post filosofico
23 Febbraio Feb 2015 1150 23 febbraio 2015

Potere alla realtà

“Se in un’isola c’è un gran sasso nero, e tutti gli abitanti si sono convinti – con elaborate esperienze e molto uso della persuasione – che il sasso è bianco, il sasso resta nero, e gli abitanti dell’isola sono altrettanti cretini”. Con questa citazione dello psicologo della Gestalt Paolo Bozzi si apre “Il manifesto del nuovo realismo”, libro con cui Maurizio Ferraris, nel 2012, ha sistematizzato le sue confutazioni alla corrente filosofica del postmodernismo sul tema della dimostrabilità dell’esistenza del reale.

La questione, ovviamente centrale per la filosofia, può apparire al non-filosofo un mero esercizio speculativo (“la realtà per me rimane il solo metro che possiedo, come è vero che ora ho fame”, dice Sancho Panza a Don Chisciotte nel brano di Guccini), ma è invece utile per inquadrare alcuni aspetti di quello che lo stesso Ferraris definisce “populismo mediatico”, e su cui si appunta la sua critica.

Il postmodernismo, in filosofia, ha tra i suoi testi cardine il libro del 1979 di Jean-François Lyotard “La condizione postmoderna”, in cui viene sancita la fine delle grandi narrazioni come illuminismo, idealismo e marxismo, ovvero quei sistemi di pensiero in grado di spiegare il mondo e dare senso all’agire dell’uomo. Tra le pieghe che ha assunto questo discorso nella riflessione filosofica c’è quella che ha trovato espressione nel cosiddetto pensiero debole. Se non ci sono verità assolute, siano esse di natura religiosa o secolarizzata, può allora apparire legittima l’idea di Nietzsche secondo cui “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Per filosofi come Gianni Vattimo, il relativismo implicito in questa frase ha come conseguenza l’emancipazione da quei sistemi di potere che, altro assunto del postmodernismo, si legittimano sempre attraverso un sapere fatto passare come verità oggettiva.

Vattimo, come si legge in questo dibattito tra lui e Ferraris, porta il discorso alle sue estreme conseguenze: “la verità è un affare di potere, e chi parla di verità oggettiva è un servo del capitale”. Se la verità è sempre espressione di rapporti di potere, meglio allora abbandonarla, e dichiarare che tutto è finzione. A parere di Ferraris, tuttavia, proprio la dissoluzione della realtà nella finzione, in particolare grazie ad un certo utilizzo della televisione e degli altri media, ha permesso ad alcuni sistemi di potere di proliferare. “Noi siamo un impero, e quando agiamo creiamo una nostra realtà”, è la frase di un consulente di Bush riportata nel libro. Quale migliore legittimazione dell’assenza di realtà oggettiva, infatti, per dichiarare guerra all’Iraq sulla base di documenti falsi sulle armi di distruzione di massa? Venendo al caso italiano, la Rai berlusconiana ha dimostrato come la dissoluzione della realtà in mano al populismo mediatico possa moltiplicare l’effetto paradossale degli assunti postmoderni. In questo quadro possono risultare legittimi non solo enunciati come “2+2=5” o “Foucault è l’autore dei Promessi Sposi”, ma anche, dice Ferraris, “Il papà di Noemi era l’autista di Craxi” o, aggiungiamo noi, “prescrizione e assoluzione sono la stessa cosa”.

Estendendo questo discorso, è forse lecito chiedersi come stanno le cose per i discorsi di verità prodotti dal contro-potere. Nell’intervista già richiamata, Vattimo afferma che “per poter vivere decentemente al mondo devo cercare di costruire una rete di ‘compagni’ – sì, lo dico senza pudore – con cui condivido progetti e ideali. Cercandoli dove? Là dove c’è resistenza: i no-Tav, la flottiglia per Gaza, i sindacati anti-Marchionne”. La questione però è se il contro-potere, in quanto tale, oltre a produrre resistenza produca necessariamente anche verità. Nell’epoca del web, notoriamente gravido di bufale, il consenso viene spesso costruito sulla base di affermazioni ben poco solide se passate al vaglio di un vigile fact checking. Affermazioni prodotte da chi detiene il potere, certo, ma a volte anche da parte di chi quello stesso potere cerca di smascherarlo.

Tra gli innumerevoli casi, prendiamo questo. Giugno 2013: il governo Letta introduce agevolazioni contributive per le aziende che assumono stabilmente giovani disoccupati. Per accedere agli incentivi, bisogna essere senza impiego da più di sei mesi O non avere un diploma di scuola superiore O vivere da soli e avendo familiari a carico. I tre criteri sono alternativi, ma gran parte del sistema mediatico, con dolo o per semplice negligenza, li interpreta come simultanei. Gramellini ci scrive sopra un corsivo strappalacrime, citando il caso di un ragazzo che però, stando al decreto, avrebbe tutti i requisiti per essere assunto (la storia, en passant, si rivelerà poi di per sé inventata da un’agenzia di comunicazione).

Grillo, riprendendo altre fonti, scrive un post al vetriolo in cui replica l’inesattezza, salvo poi correggerlo una volta resosi conto dell’errore. È qui che ci torna in aiuto Ferraris, secondo cui le nuove tecnologie non producono solo una disseminazione incontrollata dei discorsi, ma anche un aumento di ciò che può considerarsi reale. Un oggetto sociale, infatti, è reale per Ferraris laddove esiste una sua registrazione. Nel caso di Grillo appena citato, commettendo un errore nel voler smascherare Letta, è lo stesso leader dei Cinque stelle ad essere stato smascherato nel suo goffo tentativo di emendare un testo che il web aveva già registrato.

Si può allora forse prendere per buona la definizione di Umberto Eco di “realismo minimo”: è vero che la realtà è socialmente costruita, ma c’è un nocciolo duro di fatti che resiste e che, se non altro, permette di affermare che certe interpretazioni sono sbagliate. E sono sbagliate, aggiungiamo noi, sia che vengano dal potere sia che vengano dalla resistenza o dal contro-potere. Non si può dire, ad esempio, che il 60% della Nigeria è in mano a Boko Haram e il resto è afflitto dall’Ebola, come ha fatto Di Battista meritandosi il premio di panzana dell’anno.

Né si può affermare, come ha fatto più volte Grillo, che l’AIDS è una bufala, magari per resistere a poteri forti, questi sì inesistenti nel caso specifico, che avrebbero creato ad arte il concetto di tale malattia. Il “fatto” virus HIV esiste, ed esisteva anche prima che venisse scoperto dagli scienziati. Questo a meno di non voler cadere nel paradosso del sociologo Bruno Latour, secondo cui Ramsete II non era potuto morire di tubercolosi, perché il batterio che causa la malattia è stato scoperto solo nel 1882. Ma allora, nota Ferraris, meglio sospendere tutte le ricerche mediche, perché di malattie ne abbiamo già abbastanza.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook