Davide, Alessandro e Andrea
Failcaffè
4 Marzo Mar 2015 0944 04 marzo 2015

Io non sono (completamente) Charlie

di aldopalmisano
E’ passato un po’ di tempo dagli oscuri giorni di gennaio quando una strage vigliacca si è portata via dodici persone innocenti. L’ondata di indignazione per l’attacco terroristico si è trasformata, in modo strano, in una battaglia per la libertà d’espressione dove, ha scritto Pierre Rimbert, lo scarto vertiginoso tra ciò che significava 
essere Charlie per gli uni (la concordia universale) e per qualche altro (fuori gli arabi!) ha tolto ogni consistenza alla mobilitazione.

A mente fresca e lontano dalla concitazione di quei giorni, la copertina di Charlie Hebdo 266 mi ha fatto riflettere un poco su questa storia della libertà d’espressione per tutti: “Cagate nei presepi. Picchiate gli handicappati. Fucilate i militari. Stangolate i curati. Annientate gli sbirri. Incendiate le banche.

Non poche persone hanno provato a far notare che, al netto del miserabile attentato, il periodico francese è un esempio della mistificazione del concetto di libertà d’espressione. Fra questi oggi mi ci metto pure io.

Sembra che l’idea di dire e stampare liberamente ciò che ognuno ritiene vero abbia lentamente mutato il proprio significato e si sia trasformata nella libertà di dire e stampare ciò che ognuno più desidera. Orwell scriveva che tutto ciò può essere accettabile solo se non danneggia inequivocabilmente il resto della comunità. Se io ti tiro un pugno, ti faccio male. Ma allora in nome di cosa ho la libertà di insultarti? Insomma, non si è ancora capito perchè violenza fisica e verbale siano trattate in maniera così differente fra loro quando, secondo chi scrive, la più grave non può essere la prima. Nessuno deve andare in carcere per quello che dice e scrive, siamo tutti d’accordo, ma le parole hanno ancora un significato e chi le pronuncia non può nascondersi dietro a un dito.

Simone Weil ha detto che la libertà, nel senso concreto della parola, consiste nella libertà di scelta. E’ un’idea molto semplice e mi sembra quella giusta da cui ripartire. Credo che il diritto di espressione vada inteso come il più potente strumento di cui disponiamo e, pertanto, bisognerebbe prendersi particolare cura di esso. Utilizzare il diritto alla parola con coscienza significa evitare che si ripeta all’infinito un pesante fraintendimento: un diritto conquistato va esercitato indiscriminatamente. Questo grave equivoco caratterizza ancora adesso il dibattito sulla libertà d’espressione.

Si vuole vivere in una società evoluta? Ogni cittadino rivendica la possibilità di esercitare i propri diritti? Bene, sappia che ad ogni diritto corrisponde un dovere, e in questo caso si parla di dovere alla conoscenza. Non quella nozionistica, scientifica, accademica; qui si intende la conoscenza dell’altro. Iosif Brodskij ha scritto “Libertè, Egalitè, Fraternitè… perchè nessuno aggiunge Cultura?”. Parole preziosissime, perchè evidenziano come questi tre valori, senza la cultura, sono svuotati di ogni significato.

La parola globalizzazione, che lo si voglia o no, significa più di tutto doversi confrontare quotidianamente con culture diverse, anche là dove prima la cultura era una sola. E allora come è possibile essere ancora convinti di poter imporre con la forza gli stessi diritti/doveri che noi stessi abbiamo metabolizzato solo con il tempo? Dove è finita la nostra superiorità intellettuale se stentiamo a comprendere questi concetti?

A questo proposito l’oramai famosa copertina post-attentato del 14 Gennaio “Tout est pardonnè” mi ha fatto tornare in mente quel verso che De Gregori ha cantato tante volte “Ditele che la perdono per averla tradita”. Si è perdonato l’attentato vigliacco, la perdita ingiustificabile di vite umane e la violenza inaudita; poi si è ripartiti da dove ci si era fermati senza la minima autocritica.

Un’ostentazione di forza, un atteggiamento indegno di una società evoluta come la nostra.

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