Giulia Valsecchi
Cineteatrora
12 Marzo Mar 2015 1036 12 marzo 2015

In scena a fari spenti

L’esercizio del quotidiano, con i suoi picchi e le sue cadute, offre facilmente il fianco a una scena che lo racconti nei dettagli. Il pretesto o l’ispirazione può essere un fatto letterario, un’immagine o visione che da entrambe le parti scaturisce come ipotesi di lavoro e costruzione attiva. La compagnia Deflorian-Tagliarini ne esplora gli ingranaggi interni facendo dichiarazione esplicita delle domande, dei dubbi sulla resa e, soprattutto, della credibilità attorno a un gesto o un evento di cronaca.

Non conta nulla o quasi la solidità del telaio drammaturgico cui una serie reiterata di prove e reciprocità va incontro, quanto più la destrutturazione episodica del conflitto dove il nucleo del dramma si scompone in frammenti di ulteriori suggestioni e vissuti, calcati da un registro volutamente ordinario, ma non sciatto, né epidermico. Se ne trova riflesso sia in Ce ne dobbiamo andare per non darvi altre preoccupazioni, sia in Reality, entrambe restituzioni performative rispettivamente da L’esattore di Petros Markaris e dal reportage Reality di Mariusz Szczygiel.

L’idea comune di Deflorian-Tagliarini - che con Rewind pubblicano non a caso per Titivillus La trilogia dell’invisibile - è dare sostanza scenica a tutto quanto non ne avrebbe diritto, perché pianamente acquattato alle spalle del quotidiano ininfluente. La declinazione è il movimento su un crinale che da un lato imbocca la metateatralità - ossia l’uscir di scena in apparenza per spogliare la pratica di tutti i fronzoli - per poi fare ritorno alla contingenza del racconto, richiamandolo attraverso tentativi di rivivere il doppio da sé, di chiedere ai protagonisti delle storie un aiuto per restituirne l’azione o il ripiegamento intimo.

Se in Ce ne dobbiamo andare per non darvi altre preoccupazioni lo spunto è fornito dal ritratto di quattro pensionate attorno a un tavolo mentre decidono di morire per annullare il castigo delle proprie vite sulle spalle di uno stato in crisi, in Reality l’osservazione e il confronto ruotano attorno alla vicenda di Janina Turck, casalinga polacca morta dopo aver trascorso una vita intera a registrare anche i più insignificanti tasselli della propria alienazione.

La sforzo di dar voce a quelle identità perse per incuria o semplice smania di sopravvivenza disinteressata si traduce dapprima in quattro figure d’attori che, dopo esser passati attraverso la rinuncia a raccontare, la prova del dolore confessato e l’uso degli oggetti che lo testimoniano, coprono lo spazio e se stessi di nero, indossano una parrucca sul buio senza volto e abbandonano lo spettatore a un non finale composto da un’evocazione lieve. La responsabilità è affidata all’intensità di Monica Piseddu, alla sua pensionata greca incapace di ballare il sirtaki e alla sorpresa dello scoprirne la vividezza seppur lontana.

Ma il rimando finale al ballo prosegue anche in Reality, dove è Daria Deflorian a rievocare l’usanza balinese della danza dietro un velo come a ridisegnare l’oblio che fa eco al caso qualsiasi di Janina Turck, alle migliaia di cartoline e programmi televisivi che la donna ha registrato nel proprio diario, quasi a voler riempire la coerenza solitaria di una vita dominata dai colpi della storia polacca senza variazioni davvero rivoluzionarie.

Le posture ironiche di Antonio Tagliarini, la versione talvolta più leggera, ma mai irrispettosa del personaggio proposto o ricercato da capo insieme al pubblico rendono poi ancora più chiara l’intenzione metateatrale di abbracciarne la memoria, secondo le mutazioni lecite di un’inquadratura rivolta al particolare che scorre senza lasciare segno visibile. Una trama quasi cinematografica, un’uscita di campo e, al tempo stesso, un bisogno di farvi ritorno per non lasciare nulla di intentato.

Deflorian-Tagliarini si assumono efficacemente il rischio di un montaggio scomposto e di flash-back che parrebbero faticosi se prolungati oltremodo, ma che si misurano sulla latenza delle circostanze e sulle loro rivelazioni non a tutti leggibili, sulla sconnessione insita nell’umano e già strumento di indagine scenica. Così la disposizione sul tavolo delle carte d’identità delle quattro pensionate suicide di Atene o la caduta repentina di Janina, i rumori che i loro corpi hanno prodotto e lo sguardo della strada o della cronaca che non ne accetta la disperazione se non come oggetto di vergogna.

Sono atti, sequenze di una drammatizzazione del sé, l’arma snudata pur con l’esito di un’assenza effettiva di colpi di scena o progressioni che nutrirebbero il ritmo e la fruizione. Conta piuttosto lo sviscerare e il mettere in comune una replica non tanto per il gusto di offrirne la confezione, ma per rinominare l’alfabeto delle scene e della loro verità sottoposta a mille rifugi di silenzio o pause per capire quel che ne seguirà. La mente di ognuno è riletta da dietro una lente fisica, sociale e scenica che Deflorian-Tagliarini hanno rimasticato a lungo per poi individuarne alcune diramazioni performative. Un rischio appunto, un’uscita dal racconto di convenzione per poi ripescarne alcune orme e proseguire sul filo senza guardare in basso.

Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni

Ispirato a un’immagine del romanzo di Petros MarkarisL’esattore”, edito da Bompiani | un progetto di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini | con Daria Deflorian, Monica Piseddu, Antonio Tagliarini e Valentino Villa | collaborazione al progetto Monica Piseddu e Valentino Villa | luci di Gianni Staropoli | consulenza per le scene Marina Haas | organizzazione Anna Pozzali | comunicazione PAV | promozione e distribuzione internazionale Francesca Corona | una produzione A.D. | in coproduzione con Teatro di Roma / Romaeuropa Festival 2013 / 369 gradi | in collaborazione con Festival Castel dei Mondi | residenze artistiche Centrale Fies / Olinda / Angelo Mai Altrove Occupato / Percorsi Rialto / Romaeuropa / Teatro Furio Camillo / Carrozzerie n.o.t | un ringraziamento ad Attilio Scarpellini e a Francesco La Mantia, Francesca Cuttica, Valerio Sirna, Ilaria Carlucci, Alessandra Ventrella | PREMIO UBU 2014 Novità italiana o ricerca drammaturgica

Reality

a partire dal reportage di Mariusz Szczygieł Reality – traduzione di Marzena Borejczuk, Nottetempo 2011 | ideazione e performance Daria Deflorian e Antonio Tagliarini | disegno luci Gianni Staropoli | consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk e Agnieszka Kurzeya | collaborazione al progetto Marzena Borejczuk | organizzazione Anna Pozzali | comunicazione PAV | promozione e distribuzione internazionale Francesca Corona | produzione A.D., Festival Inequilibrio/Armunia, ZTL-Pro con il contributo della Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali | in collaborazione con Fondazione Romaeuropa e Teatro di Roma | residenze artistiche Festival Inequilibrio/Armunia, Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro, Dom Kultury Podgórze | con il patrocinio dell’Istituto Polacco di Roma | con il sostegno di Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia, Dom Kultury Podgórze | ringraziamenti Janusz Jarecki, Iwona Wernikowska, Melania Tutak, Magdalena Ujma e Jaro Gawlik | un ringraziamento speciale a Ewa Janeczek | PREMIO UBU 2012 Daria Deflorian – Migliore attrice protagonista

Fino al 15 marzo 2015 – Teatro Filodrammatici Milano

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