Andrea Cinalli
Serialità ignorata
12 Marzo Mar 2015 1134 12 marzo 2015

"The Slap", lo schiaffo al family drama generalista

Uno schiaffo può assurgere a propellente narrativo? La NBC dimostra di sì con la miniserie "The Slap" in otto puntate

Una famiglia organizza una festicciola di compleanno per il primogenito. Invita amici e parenti. È l’occasione di scambiarsi quattro chiacchiere sulla vita lavorativa che arranca e le finanze che languono. Per i più piccoli è l’occasione di fare baldoria e testare i nervi genitoriali. Almeno finché la situazione non precipita. Quando il più scapestrato della cricca brandisce una mazza da baseball intento a colpire gli amichetti, uno degli adulti riemerge dal groviglio di teste sghignazzanti disperse fra i fumi dell’alcool per rintuzzare i prodromi di un bagno di sangue. E opera con uno schiaffo. Un ceffone alla placidità famigliare: da un lato la mamma soffoca i singulti del visetto rubizzo contro il suo petto mentre scaglia improperi; dall’altro i famigliari del tipo gli si coagulano attorno difendendo il gesto. È un’insanabile spaccatura che sconquassa ogni equilibrio. Niente sarà più cinto dai lucori dell’armonia.

Queste le premesse di “The Slap”, nuova produzione NBC inedita nel Bel Paese. Un avvio narrativo che si ammanta del velo della banalità, potreste pontificare. 'Quali nefasti accadimenti potrebbero mai scaturire da un ceffone?', potreste chiedervi con l’aria del disincantato telespettatore avvezzo alle aridità nostrane. Eppure se bazzicaste più spesso le narrazioni d’oltreoceano, prodighe di spaccati di vita rifulgenti di inventiva, sapreste che gli sceneggiatori erigono architetture persino su un fungo. E niente toni iperbolici. Lo schiaffo che fa vibrare il tizio (interpretato da Zachary Quinto) – cugino del pater familias, che ha messo in piedi l’evento – si riverbera nei venturi episodi, disvelando retroscena che appena fumigavano negli accenni scenici del pilot. Anzitutto, ci porta a conoscere meglio i personaggi.

Ogni episodio ci cala nel dedalo di percorsi quotidiani di uno dei festanti. Lo si contempla mentre trangugia un pasto frugale nella celerità di un lavoro che non elargisce pause, mentre alla sera rincasa soffiando bacetti su chiome scarmigliate. E poi quando si trova al cospetto dei confliggenti protagonisti della vicenda, a dispensare conforto con la speranza di smussare i livori. Perché lo strascico che attorciglia tutti gli episodi si sostanzia in una causa giudiziaria, dove genitori del piccolo e cugino dai modi irruenti battagliano nell’incertezza dei famigliari che spalleggiando l’uno non vorrebbero inimicarsi gli altri.

Diatribe, alterchi e rivalità che non esplodono con la volgarità di uno scontro faccia a faccia, ricalcando la formula del reality. Ma che increspano lentamente la superficie. Come i cerchi concentrici che si dipartono dal sassolino scagliato e abbracciato dalle acque. Cerchi concentrici che potrebbero spirare, ridistesi nella placidità di uno specchio d’acqua, o evolvere a maremoto. Due percorsi divergenti di cui coltiviamo solo un informe abbozzo mentale. In attesa di conoscere per quale dei due abbia piegato l’autore. E una volta che il cammino andrà rischiarandosi non è detto che scorgeremo i proverbiali lumi in fondo al tunnel. Potrà rivelarsi un sentiero impervio dagli sbocchi imprevedibili.

Merito delle raffinate psicologie che le penne hanno predisposto con la bibbia di serie, ricalcata su un format australiano del 2011. Il fatto che l’amica Anouk (Uma Thurman) pencoli fra peripezie amorose, gravidanza inattesa e ritmi lavorativi forsennati rimpolpa la tessitura narrativa rimpinzandola di viluppi il cui discioglimento si erge a ermetica incognita. Così come accade per papà Hector (Peter Sarsgaard), tutto sorrisi birboneschi e occhi rosseggianti d’amore, che mentre veste i panni del rispettabile capofamiglia si inerpica su una relazione clandestina con la giovane sottoposta della moglie, pure lei presente al party. Stesso dicasi del nonno che, armato di buoni propositi, fa una capatina all’amico putrescente rivangando memorie diafane, regalandosi lo spunto per interrogarsi sull’esito della sua, di esistenza, con l’ardente desiderio di pacificare gli animi in subbuglio.

Un lavoro coi controfiocchi, quello confezionato dal caposceneggiatore. Qualche aficionados seriale dalla memoria granitica avrà rintracciato analogie con family drama passati. E non è difficile contemplare il quadretto famigliare e pensare a Brothers & Sisters e Parenthood. Perché anche quelli – e con B&S, “The Slap” condivide il capo-scrittore – indagano le dinamiche domestiche al riparo dal trash obnubilante di tanta broadcast tv. Perché la condivisione di divano, letto e tavolo da cucina stramazza in una disarmonia per disinnescare la quale si scandagliano i motivi cardine del ramingare quotidiano. Rintracciando quei punti di intersezione cui appigliarsi e ripristinare una pace che sa della frescura di interessi condivisi. Una parabola che niente come quei family drama ha saputo metaforizzare. “The Slap” ha dalla sua le mellifluità sceniche connotanti le “cable series”, neanche fosse sfornata da Showtime. Lentezze e matasse narrative che fanno il verso proprio alla “miglior serie drammatica” degli ultimi Golden Globe: “The Affair”, il cui titolo già abbacina le affinità col prodotto NBC.

Abbiamo alluso alle abilità autoriali, ma chi impugna la penna? Al timone creativo di “The Slap” si staglia Jon Robin Baitz, scrittore che non ama cucirsi addosso il titolo di sceneggiatore. Lui – si sbottona sulle pagine virtuali di Bomb Magazine – si sente circondato dalla vetusta aura del drammaturgo teatrale, quello che si arrabatta per ricamare rapporti scenici. Storce il naso a venire appellato come “sceneggiatore”, perché per quanto lo galvanizzino film e serie tv, il suo cuore autoriale pulsa per palco e sipario. Un amore che si è irrobustito dopo le traversie con l’Alphabet Network, i cui dirigenti esercitavano un controllo maniacale sugli sviluppi di “Brothers & Sisters”, tale da soffocare ogni palpito di creatività lo dirottasse verso una trattazione realistica delle vicissitudini di over-35 in una società matura e composita. “Si premeva per il racconto di storie adolescenziali di bianchi, sempre così distanti dalla realtà, giusto per cavalcare l’onda del successo dei fenomeni teen”, dichiara su Deadline.com. Fortuna che la disavventura non lo abbia distolto dal nuovo progetto seriale, anche se sul network rivale, la NBC. Un approdo ineludibile ora che, stando alle sue parole (anche se è opinione solleticante un po’ tutte le bocche settoriali) “oggi è l’età d’oro della tv”. 

Fortuna per noi, ma anche per lui, perché attraverso il tenue sfaldarsi delle reti famigliari meglio esprime la visione di vita che brucia al fondo delle velleità cine-letterarie: Jon Robin Baitz non ha mai nutrito amor patrio; non per l’America, né per nessun’altra amena località gravi sul globo terracqueo. Sballottato da un paese all’altro al seguito del padre, patron della Carnation Company, si è sempre sentito un estraneo. Appena saggiava le fragilità di un legame d’amicizia, subito si sminuzzavano sotto il peso del lavoro paterno. Mai che davvero si sentisse a casa. La penna per lui è la vanga con cui scavare nelle viscere delle relazioni interpersonali, soverchiando differenze linguistiche, di costume e culturali. Impossibile dunque non affidare l’abbrivio narrativo a un sentimento radicato nella natura umana: la violenza. Che prende forma in un gesto universale, al di là di ogni appartenenza linguistica-nazionale, quale il ceffone.

Gli ascolti non accennano a prendere quota, anzi: i 5,6 milioni del pilot si sono sgonfiati a poco più di 3,5. Niente che accenda previsioni entusiastiche circa un secondo installment. Guai al caposceneggiatore se la scure della cancellazione falciasse la serie senza la sospirata chiusura. Happy o unhappy poco importa. Purché non sia un cliffhanger. Indubbio che, nel caso, volino schiaffi. 

Blog Made in China (pagina Fb)

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook