Turismo e dintorni
14 Marzo Mar 2015 2105 14 marzo 2015

Cultura+Impresa un matrimonio di convenienza (reciproca)

I tagli alla cultura sono ormai una costante delle politiche di risanamento di questi ultimi anni in Italia.

La crisi economica è la principale causa addotta per giustificare questi tagli quasi sempre lineari, che colpiscono più o meno indistintamente strutture museali, orchestre, conservatori, teatri e aree archeologiche; e tutti gli attori grandi e piccoli che si impegnano per produrre cultura in Italia.

L'accurata ricerca "Io sono Cultura" pubblicata nel 2014 da Unioncamere e Fondazione Symbola con la collaborazione della Regione Marche ha provato a stimare il calo delle risorse, individuando nel periodo 2000-2011 una contrazione nella spesa pubblica per i beni culturali che è passata da 170€ a 126€ per ogni cittadino italiano. Gli investimenti e quindi la capacità di valorizzare o generare nuovo patrimonio, è diminuita da 51,6€ a 30,5€ pro capite.

Si sa: "con la cultura non si mangia" ha detto pochi anni fa un ministro della Repubblica ed è quindi normale che in un Paese in crisi che taglia un po' dappertutto si decida di colpire i settori ritenuti meno produttivi. Peccato però che l'Unione Europea proprio per stimolare la produzione culturale e le imprese creative abbia stanziato con il programma Europa Creativa 1,46 miliardi di Euro con un incremento rispetto alla programmazione precedente del 10%. Una scelta che non si basa su puro mecenatismo, ma risponde ad una precisa strategia, se l'Europa vuole essere in grado di produrre innovazione questa necessariamente passa attraverso un innalzamento dell'offerta culturale che dell'innovazione è l'humus primario.

Emblematico per capire la situazione italiana è il caso de LA Verdi. La "Fondazione  orchestra sinfonica e coro sinfonico di Milano Giuseppe Verdi" è attiva da oltre vent'anni con oltre 4000 concerti e 3 milioni di spettatori. Questi ultimi due dati servono per sgombrare subito il campo da osservazioni maliziose, LA Verdi è un'impresa culturale attiva e vitale, che ricava dalle proprie attività oltre l'80% del proprio fabbisogno, dimostrando quindi la capacità di fidelizzare il pubblico e proporre un prodotto in grado di stare sul mercato. In un settore tradizionalmente sovvenzionato dal pubblico quale la musica sinfonica, ritenuto a torto o a ragione un segmento culturale di interesse collettivo, LA Verdi ha dimostrato di essere un caso di eccellenza.

Ad oggi LA Verdi attende del MIBACT risorse pari a quasi 4 milioni di euro per gli anni 2013 e 2014. Soldi stanziati ma mai erogati, su cui LA Verdi ha costruito i propri budget e organizzato le stagioni sinfoniche e le collaterali attività formative e didattiche. Ora il rischio concreto è che l'orchestra debba sospendere l'attività, non a causa di una propria incapacità di "vendere il prodotto", ma per il più classico credito inesigibile nei confronti della Pubblica Amministrazione. Una situazione comune a migliaia di imprese in tutti i settori produttivi.

Le imprese culturali al calo probabilmente ineluttabile delle risorse pubbliche hanno sostanzialmente tre strade possibili e tra loro complementari tra cui scegliere. La prima strada è diventare realtà sempre più efficienti e in grado di offrire produzioni per cui il potenziale spettatore sia disposto a pagare un biglietto. Sembra ovvio ma non lo è, in Italia fatichiamo ancora a considerare la cultura un prodotto tangibile con un valore concreto.

Vi sono poi i finanziamenti europei, un percorso che alcune realtà perseguono da anni, ma che per molte altre, non necessariamente le più piccole, sarà una sorta di rivoluzione culturale, sia in termini di produttività sia per la rendicontazione delle risorse utilizzate.

La terza strada è avvicinarsi e coinvolgere il mondo delle imprese come interlocutori privilegiati per costruire nuovi modelli di partnership. Il Premio Cultura+Impresa consegnato venerdì in Camera di Commercio a Milano è un interessante osservatorio per capire come si costruirà questo nuovo percorso.  

Oggi le imprese scelgono di investire in partnership culturali per rispondere  a più obiettivi aziendali, siano essi di marketing, di comunicazione o anche di responsabilità sociale. Non è più il tempo di sponsorizzazioni legate a rapporti personali o politici, oggi le imprese destinano la proprie risorse a quelle realtà culturali che hanno chiara una strategia di azione.

Interessante in questo senso il progetto "Kids Creative Lab - !Tessere!" promosso dalla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia con l'appoggio di Oviesse. La leva che ha avviato la collaborazione è squisitamente commerciale/promozionale, per Oviesse il settore dell'abbigliamento bambino rappresenta una parte fondamentale del proprio fatturato. La Fondazione Guggenheim era il partner ideale per offrire al proprio pubblico un'occasione per conoscere e avvicinarsi al proprio marchio. Per Guggenheim la partnership con Oviesse forniva le risorse per rispondere ai propri obiettivi di diffusione e coinvolgimento dei bambini nella produzione artistica. Una situazione in cui entrambi i soggetti hanno raggiunti i propri obiettivi.

Secondo alcuni in questo modo di snatura il sacro ruolo della cultura costretta a svendersi per racimolare un pò di risorse. Senza andare a scomodare i vari mecenati che nella storia hanno reso il nostro Paese ciò che è, non solo in nome dell'arte e della cultura ma anche come meccanismo di affermazione politica e sociale di se stessi, bisogna iniziare a considerare la cultura un settore economico con una propria capacità di attrarre investimenti e di produrre nuova economia.

La cultura è un fuoco che ha bisogno di essere alimentato ogni giorno, arde più alto quando si immette nuovo combustibile, altrimenti il rischio è di proteggere il focolare finché il fuoco diventerà cenere, ma allora sarà impossibile ravvivarlo.

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