Andrea Cinalli
Serialità ignorata
20 Marzo Mar 2015 1153 20 marzo 2015

"American Crime", il crimine di violare la tv pubblica

Uno squillo squarcia il silenzio. Boccheggiando ci si solleva contro la testiera del letto e si annaspa in cerca del telefono. Quando si trova la forza di biascicare un “Pronto?”, davvero non si ha alcuna idea di chi possa proferire risposta all’altro capo del filo. Se lavori presso un commissariato o claudichi tra le mansioni giornalistiche affidateti da una testata dispensante spiccioli, facile prefigurarsi un capo che con voce imperiosa ti intima di catapultarti giù dal groviglio di coperte a sbrigare il compito. Ma se sei un marito divorziato che brancola in un vacuo presente ebbro di mestizia, la certezza che subito ti infiamma non può che concernere un accidente alla prole o alla ex-mogliettina.

È quanto capita a Russ (Timothy Hutton), ridestato nel cuore della notte dalla notizia della morte del figlio. E no, non per una tragica fatalità, manifestatasi a coronamento di una serata all’insegna di alcool e guida spericolata. Ma per mano di loschi individui irrottigli in casa. È un dolore che si insinua nella pelle, che penetra nelle ossa, quello che lo avvinghia. Un dolore innervato di senso di colpa, perché il papà ha il compito di proteggere i pargoli, anche se germogliati in adulti senzienti in grado di badare a se stessi.  Ma il senso di sconfitta è anche per quel ruolo di confidente che ha ricusato anni or sono, mantenendo le distanze dalle problematiche che si incontrano nel cammino verso l’indipendenza economica, con una moglie da poco sposata.

Non naviga solo in questa odissea, Russ. Le frustrazioni sono mitigate dalla condivisione con la ex-moglie (Felicity Huffman), che da spirito pugnace reclama la verità ad ogni costo. Pure se questo significa penetrare nei meandri di una cittadina che ingurgita misteri e segreti nel ventre protettivo dei suoi vicoletti. Insieme, con l’incedere scorato di due tizi spogliati di averi materiali e morali, si ripresentano ogni giorno al dipartimento a intercettare indizi che rimbalzano da un piedipiatti all’altro, nella foga delle indagini. Qualcosa che gli irradi la speranza di una vicina risoluzione. Per il caso e l’anima lacera.

Nulla di così portentoso. Niente che davvero non sia stato infiocchettato dalla quality television degli ultimi anni. Allora, cos’ha di originale “American Crime”, il murder mystery vergato da John Ridley, lo scrittore-regista premio Oscar per “12 Anni Schiavo”? Anzitutto la raffigurazione ormeggiata alla realtà di vicende che la public tv imbastisce sempre con toni enfatici, distaccati dagli affreschi che torreggiano nelle sale cinematografiche o sulle cable tv. Già, perché “American Crime” non è la risposta di qualche canale a pagamento collerico per il successo della Hbo con “True Detective”. Ma un passo della pubblica Abc verso i prodotti pay di incommensurabile caratura cine-letteraria. 

La prima mossa va attribuita a Paul Lee, capoccia del network che, ammaliato dalle qualità cinematografiche del biopic di Jimi Hendrix, “All By My Side” – prima ancora che fioccasse l’Oscar – ha sbrogliato il concept a Ridley. Al quesito: “Allora, ti interessa il progetto?”, l’assenso del regista ha gettato le basi per una collaborazione votata alla riuscita di un prodotto che lasciasse il segno. John Ridley è il classico scrittore debuttato in tv, quando vi sbrilluccicavano sit-com che campavano di battute al fulmicotone, come “Willy, il Principe di Bel Air”. Poi – amareggiato dal crollo qualitativo registrato dopo “Twin Peaks”, che faceva ben sperare circa la libertà creativa sulla broadcast tv – ha spiccato il balzo sul grande schermo, su cui illuminava scorci di un’America piagata da conflitti etnici. Un’attività fiancheggiata dall’otium letterario: ben sette i romanzi che annovera nella bibliografia, poco noti dalle nostre parti, ma che in patria hanno macinato buone vendite. Alle minuzie che riversa nei ricami letterari ha sempre pensato di conferire una veste cinematografica. Certo, non si aspettava di riportare in auge la tradizione del serial cinematografico che prende polvere dagli anni ’20. Però di impacchettare un romanzo tv come quelli cable, su cui vige l’imperativo della creatività autoriale.

Se all’olimpo della pay-tv non è mai assurto, è perché – risucchiato dall’erezione delle pantagrueliche architetture sceniche di “12 Anni Schiavo” – non v’è mai stato tempo di dedicarsi ad altro. E quando si sgrava degli oneri realizzativi, ecco che fa capolino Paul Lee, con una proposta già bell’e confezionata. E la sfida di scardinare le asfittiche regole della tv pubblica. Ridley sulle prime storce la bocca. È consuetudine che un presidente di rete si produca in fior di concessioni, ma stai certo che non appena setacci la mail-box  un profluvio di correzioni ti gremiscono la visuale offuscandotela. Perché si rivelano sempre sofismi da boss che agogna i risultati più rifulgenti senza stravolgere gli appetiti televisivi di un pubblico nutrito a pane e “Nashville”.

E invece Paul Lee dimostra fedeltà alle promesse. Secondo quanto riporta “The Hollywood Reporter”, gli ha indirizzato solo l’incoraggiamento a divelgere gli schemi. Nessun paletto, nessun vincolo. Da parte sua, solo la curiosità di un editore sedotto dal talento che vuole comprendere i perché di certe direzionalità privilegiate rispetto ad altre, di personaggi meglio scandagliati di altri. A suffragio dell’idea che sui confini fra public e cable si affastellano crepe che l’inventiva amplia in squarci. Aperture attraverso le quali la brillantezza di uno storytelling tv sincopato e stratificato folgora tutti – chi pregiato da saccocce danarose, che può permettersi la pay-tv, e chi versante in burrascose condizioni economiche resta incagliato all’offerta pubblica.

Ma come si verifica il passaggio agli standard della cable? Con una regia che non interloquisce eccessivamente col fluire narrativo. Che lascia alla madre il tempo di elaborare il lutto tra singulti e il ronzio delle luci al neon e al padre di temperare il furore comprimendo le labbra, mentre stuoli di volti anonimi gli scorrono alle spalle. Una regia che indulge in lente costruzioni sceniche scongiurando la fugacità di scene che illuminano subito il nerbo narrativo, in modo da riprodurre la tessitura dello script in ogni frammento. 

Ci si arrampica piano fino al climax e quando lo si guadagna non si corre il rischio di precipitare nei tagli netti della scrittura ellittica, ma si gode di tutto lo sdegno concretantesi in grida laceranti. E poi sì, si viene catapultati nelle più ovattate raffigurazioni psicologiche, tra un close-up e un campo medio, senza mai svincolarsi da un’estetica da noir letterario, rinvigorita dalla stock scene di un’abitazione fatiscente o il dettaglio del degrado urbano. Giusto il tempo di esalare un respiro per svolte più travolgenti, assicurate anche dalla prospettiva dei presunti colpevoli: uno spacciatore di colore con una mansueta fidanzatina al guinzaglio e un giovane ispanico nel mirino degli inquirenti per avergli imprestato l’auto collegata al crimine.

Visioni miscellanee per un conflitto che da genitori di vittime contro accusati sconfina in una battaglia interrazziale dove non è detto si conquisti la pace con la proclamazione del colpevole, a fine stagione. Il pregiudizio può cicatrizzarsi e restare a imperitura memoria dei posteri, a divampare in nuove generazioni, a disseminare odio. A perpetrare altri american crime.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook