Antonio Fiore
Bar Lezzi – dal 1924
23 Marzo Mar 2015 1641 23 marzo 2015

Una finestra rotta non ci salverà

Il 1969 è stato un anno particolare, forse un po' più di altri o forse meno. Certamente importante per molti di noi e per la storia del nostro paese. Per dirne una, tra le tante, in quell'anno scoprimmo che gli anarchici per il troppo anelito di libertà finivano per cadere dalle finestre. Sui tetti della Apple i Beatles tennero il loro ultimo concerto, i The Who pubblicarono Tommy, i Led Zeppelin' il loro primo album ed i Pink Floyd lanciarono sulla scena britannica Ummagumma. In Italia? Iva Zanicchi vinceva il Festival di Sanremo con Zingara. Un anno particolare, insomma. Il mondo correva verso il futuro e noi, nostro malgrado, ci insabbiavamo nella strategia della tensione: Pinelli, il commisarrio Calabresi, "Nino il fascista" e lo scontro sociale. 

Tuttavia questo, ahimè, è irrilivante. Inquadrato l'anno, arriviamo al sunto della faccenda importante: Philip Zimbardo, psicologo di origini siciliane e cresciuto nel Bronx, decide di condurre un esperimento di psicologia sociale avvalendosi di due automobili identiche. Una viene lasciata nel Bronx e l'altra a Palo Alto, rispettivamente zona povera con forti tensioni sociali di New York e ricca città californiana. Il risultato fu quasi scontato: la macchina abbandonata nel quartiere newyorkese nel giro di poco ore venne smantellata e resa inutilizzabile ed irrecuperabile. L'automobile, invece, lasciata sotto il sole sorridente della California restò intatta. Niente di eclatante, per gli studiosi ed i politici del tempo. Un quartiere povero risultava la "serra" ideale per il proliferare della criminalità e, stranamente, sia i democratici ed i repubblicani più conservatori concordarono sulla povertà come matrice comune. L'esperimento, però, prevedeva una seconda parte: rompere un finestrino all'automobile abbandonata sotto il cielo sempre sorridente di Palo Alto. Violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato di quello abbandonato nel quartiere malfamato di New York. Gli studiosi, corroborando le teorie con altri esperimenti similari, giunsero alla conclusione che un ambiente disordinato avesse aumentato l'incidenza di criminalità aggiuntive come il furto, il degrado o altri comportamenti antisociali. Ma ancora: trascurando l'ambiente urbano, si trasmettono segnali di deterioramento, di disinteresse e di non curanza. Una finestra rotta potrebbe comportare, per emulazione, la distruzione di altre finestre. 

Dopo quarantasei anni, personalmente, ritengo che la teoria abbia ancora ragion d'essere. Non solo. Se al significato ambiente diamo un senso ben più ampio della semplice fisicità tangibile, la suddetta teoria potrebbe aver senso anche negli ambienti virtuali. Notavo, infatti, come i commenti di utenti, non sempre anonimi sui social, ai post di personaggi pubblici e non, siano in grado di "rompere" le finestre del discorso ragionato abbandonandosi al più becero sproloquio di cazzi-mazzi-vaffanculo. 

Non metto in dubbio che i tempi siano talmente difficili da portare all'esasperazione ma se anziché sostenere gli sproloqui si provasse a parlare, realmente, tra utenti ed a non abbandonarsi alle più sociopatiche tendenze forse la rete sarebbe una bella opportunità per arricchire la nostra quotidianeità. Se poi consideriamo che  l’avvento dei social network ha in qualche modo abbattuto l’ultimo ( sottilissimo ) muro di decenza che ci rendeva ancora umani, non credo che sia funzionale al progresso una tecnologia che permette di imbarbarirsi contro una ragazza che sostiene che la sperimentazione umana l’ha tenuta in vita nonostante tutto. Non ritengo utile, al progresso, una tecnologia che potenzialmente potrebbe permettere l’acquisizione di un numero indefinito di sapere e che, invece, viene utilizzata per scempiaggini ed auguri di morte. Non è, senza alcun’ombra di dubbio, praticabile la strada della maleducazione a discapito del vivere civile.

Certamente qualcuno mi dirà che internet è fatto di persone ed è, per sua stessa natura, portato ad assumere “connotazioni” umane ma, ritengo,il problema non risiede nell’essere o non essere maleducati ma nel diventarlo dietro un computer.

Temo la rabbia senza controllo. Ho paura delle masse che si sono trasformate in folla anonima, emotiva, che rende ancora più solo l’individuo. Mi angoscia percepire il cattivo utilizzo della rete come un acceleratore del processo di sfaldamento del tessuto sociale. Non voglio che uno strumento così importante ed utile, per colpa di qualche finestra rotta da chissà chi e chissà quando, diventi un brutto quartiere tutt'altro che residenziale. 

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